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MisuraImmodestia

Avete supportato i miei delirii ben *loading* volte
sabato, 26 maggio 2007

Stamani mi è arrivata una lettera. Una lettera che ho atteso per tanto tempo. Tanto tempo che mi ero scordata che dovevo riceverla. In realtà pensavo che la cosa fosse passata in cavalleria, immemore dei tempi biblici che occorrono ai concorsi pubblici o pseudo tali.

Mi sveglio tardi stamani. E’ una settimana che dormo poco e male, e non per il caldo. Deve essere l’ansia da prestazione. Mica ce l’hanno solo i signorini. Ce l’ho anche io. Da prestazione lavorativa, non sessuale. Due crociere questa settimana, di seguito, con conseguente levataccia e presenza in banchina alle 6 del mattino, con tutto il giorno a parlare in una lingua che non è la mia, cercando di avere sempre il sorriso sulle labbra anche quando trovi clienti maleducati e prepotenti…perché ti devi ricordare che il cliente ha sempre ragione.

La stanchezza si fa sentire, ma non riesco a recuperare nemmeno al mio rientro a casa, perché devo comprare lo stramaledetto vestito per lo stramaledettissmo matrimonio di mia cugina, e ho poco tempo per cercarlo perché passo le mie giornate a studiare per l’esame per diventare guida turistica. Il pensiero della ricerca del vestito mi angoscia immensamente. E ovviamente, mi ansia l’esame. Ho un overload di informazioni allucinante in testa. Gennaro e Carmelo, i miei due neuroni, non ne possono più. Anche Gennaro, poverino, si è messo all’opera vedendo la disperazione di Carmelo. Ma tra date, architetti, pittori, affreschi staccati, musei spostati, cazzi e mazzi, io non ne ho più. E’ uno di quei momenti in cui vorrei un lanciafiamme per risolvere alla radice i miei problemi di memoria. Forse dopo l’esame mi passerà. Ma per ora mi sto incancrenendo sulle dinastie medicee, sulla chiesa di San Lorenzo, annessi e connessi. E non ne ho più.

Ho passato un inverno a lamentarmi che non ci sono più le feste ammodino che c’erano prima. Che bisogna per forza rintanarsi in qualche localaccio. E ieri c’era una delle prima feste della stagione. Ero talmente scaglionata senza un motivo preciso (ma, visto cosa ho scritto forse un motivo c’era anche è!) che non ci sono andata. Me ne sono tornata a casa presto, con le gambe che non mi reggevano. Manco avessi bevuto una bottiglia di vino. Ieri ho fatto la brava e mi sono limitata ad un bicchiere.

Stamani mi sveglio tardi, con le scimmie urlatrici in testa. Mi avvicino alla lettera di cui sopra. Non guardo bene la busta, vedo solo che è indirizzata alla presente biondina, solo che davanti al nome e cognome c’è l’appellativo “dottoressa”. Bah, di solito chi scrive appellando dottore/dottoressa è qualcuno che ti vuole vendere un master.

Prendo la busta. Arriva dall’Università di Perugia. Le scimmie urlatrici si zittiscono. Apro la busta:

“Oggetto: Procedura di valutazione comparativa per la copertura di un posto di ricercatore per il settore scientifico – disciplinare … lingua e traduzione – lingue portoghese e brasiliana della facoltà di Lettere e Filosofia di questo Ateneo”

Ommioddio. Il concorso. Non me lo ricordavo più. La domanda l’ho fatta due anni fa. Sono tempi più che normali, ma mi ero totalmente dimenticata di questa cosa. Continuo a leggere:

La S.V. è ammessa … a sostenere le prove d’esame previste per la procedura in oggetto…”

 

Ammessa.

 

Ammessa alle prove. Ammessa all’esame. Incredibile. Incredibile. Ho un moto di gioia. Il mio sogno. Quello che vorrei veramente fare: ricerca. Lavorare sulla lingua portoghese, tradurre, scrivere articoli…Leggo le date dell’esame.

Ecco il collasso: è a inizio luglio. Ora, ma perché tutto insieme??Sarà facile che io abbia il tempo per studiare e prepararmi per superare questo esame. Lo so che il posto è uno solo, lo so che non toccherà a me. Ma vorrei evitare di andare davanti alla commissione esaminatrice e fare la figura della babbea. E soprattutto…Visto che è la cosa che più vorrei fare nella vita, avrei voluto avere tempo per prepararmi adeguatamente.

Sembra un po’ il mio destino: quando niente e quando tutto insieme. Periodi di stallo in cui niente accade e niente si muove, e poi succede il cataclisma: tutto, tutto insieme. Con conseguente difficoltà a gestire le situazioni.

E ansia da prestazione, ovvio.

Ci andrò da incosciente a questo esame. Sia a quello per diventare guida che a quello per concorrere al posto di ricercatore.

Mah, speriamo che l’incoscienza mi aiuti. E mi aiuti anche la faccia di bronzo (per non dire di culo).

Prevedo comunque notti insonni…Se tanto mi da tanto…

A proposito di traduzioni: questa traduzione è uscita da un po’avrei dovuto parlarne prima, ma tanto fa. E’ uscito il libro “Le aurore della notte”, traduzione di “Quantas madrugadas tem a noite” di Ondjaki. La traduzione è di Vincenzo Barca, ed è veramente ben fatta. Questo libro di Ondjaki è uno dei mie preferiti. Per il ritmo del racconto, perché riproduce veramente l’oralità, perché piega la struttura linguistica a suo piacere, perché la parola è evocazione, è immagine, è realtà, è pietra. E devo dire che appena l’ho letto la mia prima domanda è stata circa alla traduzione. Non è un libro facile da tradurre. Come rendere l’oralità? Come rendere la struttura del portoghese parlato in angola? Vincenzo ci è riuscito benissimo. La sua traduzione è veramente accurata. Ha saputo rendere perfettamente questa realtà di terra di Angola.

Io lo consiglio a tutti. E’ veramente un bel libro, finalmente fruibile per tutti.

 

Ah, per la cronaca: il vestito l’ho trovato. E ne vado veramente fiera. Con la schiena completamente ignuda non è proprio proprio adatto alla chiesa. E s’avesse a sposare in comune. Che a me le messe fanno  venire l’orticaria.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 17:18 | link | commenti (24)
categorie: soddisfazioni personali, bello il mio lavoro
mercoledì, 09 maggio 2007

ADIUS  (Piero Ciampi)

Il tuo viso esiste fresco
mentre una sera scende dolce
sul porto.
Tu mi manchi molto,
ogni ora di più.
La tua assenza è un assedio
ma ti chiedo una tregua
prima dell'attacco finale
perchè un cuore giace inerte
rossastro sulla strada
e un gatto se lo mangia
tra gente indifferente
ma non sono io,
sono gli altri.
E così...

Vuoi stare vicina? nooo?
Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.
Sono quarant'anni che ti voglio dire... ma vaffanculo.
Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma vaffanculo.

Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e
tu mi dici di no? Ma vaffanculo. Sai che cosa ti dico? va-ffan-culo. Te,
gli intellettuali e i pirati. Vaffanculo. Vaffanculo .
Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?
Perché io sono bello, sono bellissimo, e dove vai? Ma vaffanculo. E
non ridere, non conosci l'educazione,
eh? Portami
una sedia, e vattene.

 

E' un genio. E' un genio. Piero Ciampi era ed è una spanna sopra!                                                                              

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 17:49 | link | commenti (22)
categorie: fuoco, muuuusica, io e l arte
martedì, 08 maggio 2007

SALOME’ TORNA A DANZARE

salome

Fatemi inorgoglire un po’ di questa città.
Questa città post – industriale, questa città dove per lo più sono capitata per caso, io fiorentina di nascita e con un ramo familiare fiorentino e l’altro pisano. Prato è capitata un po’ così. Poteva andare indubbiamente meglio. Ma anche peggio, diciamocelo.
Prato è una città che ho sempre un po’subito. Più che altro ne subivo il tessuto sociale tutt’altro che edificante e la mentalità piccolo – borghese, nonché il suo complesso di inferiorità verso Firenze. Città di industrialotti che devono sempre dimostrare ai cugini che risiedono in riva all’Arno che pure loro hanno una ben precisa dignità. E che sono stanchi di essere guardati dall’alto in basso. Io non ho grande simpatia per il pratese medio, ma devo riconoscergli operosità e forza di volontà. Insomma, ci vuole stoffa per trasformare in oro gli stracci. Poi non guardiamo che la generazione degli uomini operosi è finita e adesso abbiamo i dilapidatori di patrimoni in auto lussuose o case al mare.
Che poi è un posto che potenzialità ne ha. Sono i personaggi che mi lasciano e mi hanno sempre lasciato un po’ perplessa: qui oscilliamo tra pottini-fighetti-20-lampade-al-giorno-fisicaccio-e-depilazione-totale agli artistoidi-spocchiosetti-che-me-la-tiro-e-ti-guardo-dall’-alto-in-basso-perché- io-sono-artista-e-so-fare-tutto-e-soffro-e-sono-creativo-mentre-tu-stronza-che-non-crei-no-sarai-mai-alla-mia-altezza. Ma vaffanculo, tu e la tua arte di merda.
Io sono sicura che c’è qualche pratese normale. Lo so. Solo che si nasconde bene.
Prato è universalmente (s)conosciuta come città industriale. Il suo skyline è rappresentato dalle ciminiere delle fabbriche tessili. Va anche capita. Non può certo reggere il passo con la Signora del Rinascimento che troneggia a pochi chilometri di distanza. Però ha fatto una scelta intelligente. Ha smesso di guardare al passato, di vivere di rendita del Rinascimento e si è messa a guardare al futuro e al contemporaneo. In molti settori culturali Prato è molto più all’avanguardia di Firenze. Poi che il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci sia gestito da cani, oppure che il Metastasio (che è l’unico teatro stabile della Toscana, mica per niente, eh!) stia attraversando una lenta agonia dalla quale si spera lo possa salvare Tiezzi, è un altro paio di maniche. Come quello che l’APT qui lavora da cani e che la promozione turistica sia inesistente (qui viene fuori la deformazione professionale…), quando abbiamo cose oggettivamente meravigliose da offrire.
Il centro di Prato è graziosissimo. Piccolo, ma ben tenuto e con monumenti di grande rilievo. Abituata come sono a vederlo tutti i giorni, non lo avevo mai notato. Sono stati i miei amici e/o fidanzati forestieri a farmi notare che il centro storico di Prato è bello. Ed effettivamente il Palazzo dei Priori in piazza del Comune è un edificio splendido. La sua commistioni di stili e la sua imponenza sono una vera e propria meraviglia. Li davanti c’è la statua di Datini, scambiata da un mio ex fidanzatino lombardo-veneto, detto Brianza in onore al suo loco di residenza, per la statua di Dante.
”Uè, ma chi l’è? L’è il Dante?”
”Eh, no, in realtà no…Quello è Marco Datini…”
”Ma chi l’è il Marco Datini?”
”Ragionier Pirletti, Datini era un mercante…E ha inventato la cambiale”
A Brianza brillano gli occhi. Quasi si commuove. E’inestasi: “Io voglio la statua di questo sant’uomo anche al mio paese. E davanti voglio la statua di quello che ha inventato il nero!”
A volte basta poco a far felici le persone...
Continuando in questa città abbiamo un duomo di tutto rispetto: una delle più belle facciate romaniche che ci siano in Italia. Obiettivamente deturpata dall’orologio messo al posto del rosone.
E poi c’è lui. Il mio amore. Il castello. Il Castello dell’Imperatore fu costruito da Federico II. E’ l’unico esempio di arte Federiciana che abbiamo nel centro nord. E’ un logo splendido. Prima i suoi prati erano noto loco di ritrovo e buco per i drogoni, poi per fortuna è stato ripulito. Ora sinceramente non so dove si riuniscano i drogoni. Non che mi interessi. A me interessa del castello di Federico, fondamentalmente.
Soprattutto qui a Prato abbiamo un capolavoro. Abbiamo un ciclo di affreschi di una grazia incredibile. Gli affreschi di Filippo Lippi, che dopo sei anni di restauri sono tornati a brillare.
Io li vedo come l’ennesima dichiarazione di amore per la bella Lucrezia Buti. E’ proprio qui a prato che Frà Filippo la incontra e se ne innamora. Lei, la donna che lui aveva sempre ritratto nei suoi lavori, ora appare. Esiste. E’ viva. E’ una monaca. Non certo per scelta o vocazione. Filippo è un carmelitano. Il suo punto debole, guarda un po’, è l’altro sesso. Ne è sempre stato attratto. Lo si capisce dai suoi lavori. Dalle sua forme morbide ed eleganti, da quella sottile malinconia che fa male d’amore che vela ogni sua opera. Li c’è passione, c’è fuco, fuoco vero che brucia, c’è carne, carne vista, accarezzata, sentita, odorata.
E Lucrezia viene liberata dalle sue vesti di monaca e danza, leggera ed elegante, al banchetto d’Erode. Lucrezia è una Salomè piena di grazia, con l’incedere di un angelo. L’angelo che vuole le labbra di Jochanan.
Per sei anni ci sono stati dei lunghi teli bianchi dietro l’altare. Per sei anni le storie del Battista e di santo Stefano sono state precluse agli occhi. Per sei anni c’è stato uno scrupoloso lavoro per riportare allo splendore iniziale gli affreschi su cui il tempo e altri infelici restauri precedenti avevano fatto il loro lavoro di impoverimento.
Io Salomè ho avuto la fortuna di vederla danzare da vicino. Mi sono trovata gli occhi di Lucrezia davanti ai miei, quando sono salita sui ponteggi dei restauri.
Adesso quei teli bianchi sono stati rimossi. E Salomè è tornata a danzare per tutti. Il simbolo di questa città non si cela più, e torna vivo in tutta la sua bellezza infinita. Venite a vederla, perchè ne vale veramente la pena.



Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 15:28 | link | commenti (11)
categorie: fuoco, io e l arte

Appena tornata dal cinema. Da sola, come accade sempre più spesso. Il cinema da sola mi piace. Specialmente se, come stasera, vado nel mio cinema preferito. E' il Terminale. Lo adoro. Sarà perchè è appiccicato al circolo  Arci. Sarà perchè è uno dei pochi cinema dove non passano megaproduzioni che sbancano al botteghino, ma passano veramente dei bei film. Sarà perchè è un cinema un po'scrauso. Uno stanzone. File di poltroncine anche piuttosto scomode, direi. E io lo amo per questo. Per le sue poltrone scomode, per quell'aria di cinema di terz'ordine (ma di primissimo per quello che proiettano), per il barettino che ha, per il tipo che sta alla cassa (ne ignoro il nome, ma ha partecipato anche a dei corti...Mi fa tanta simpatia quel signore!), perchè c'è sempre poca gente e mi sento un po'a casa.
E' che per me il Terminale è un cinema con l'anima. Le multisale, con le loro poltrone in pelle umana, comodissime ed ergonomiche, con i posti precisi che non te li puoi scegliere (e neanche darti del coglione perchè sei arrivato tardi e quindi ti tocca un posto di merda...Al massimo inveisci contro il computer che ti ha asegnato quel posto e non quell'altro...ditemi voi che soddisfazione ci si trova...), con i loro megaschermi e i bar ultrafunzionali, mi sembrano fredde e anonime. Nonostante i loro tappeti e moquettes coloratissime. Il Terminale, senza tappeti, senza moquettes, con la sala spoglia, è un posto caldo che ti abbraccia. Anche se quando esco di li ho la schiena spezzata e un attacco di torgicollo. E' un po'come il cinema Nimas a Lisbona. Brutto come il peccato, ma io lo adoro.
E stasera il Terminale mi ha proposto Lynch. Finalmente sono riuscita a vedere Inland Empire. Ormai avevo perso la speranza. Non ce l'avevo fatta ad andare al cinema quando era in programmazione. E invece il santo Terminale il lunedi sera mi propone il "fuori orario", tipo le seconde visioni.
Lynch è il solito, meraviglioso, inquietantissimo tirp mentale. Le scene che si ripetono, gli ambienti scuri, I suoi colori e le musiche...
La scena dei titoli di coda, poi, vale di per se il biglietto e le 3 ore di film.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 01:24 | link | commenti (4)
categorie: cinema, fuoco, io e l arte
sabato, 05 maggio 2007

THELMA & LOUISE (ma a me piaceva anche Bonnie & Clyde, specialmente cantata da Gainsbourg e la Bardot)

Il Primo Maggio è universalmente noto come la giornata mondiale della gitarella fuori porta e/o del concertone di Roma. Solo dopo come la giornata internazionale dei lavoratori. Ma non vorrò fare polemica, per ora. Nè vorrò parlare dell'argomento che ha tenuto banco in questi giorni in relazione al concertone, cioè le esternazioni del Rivera. Ma ci sta che lo faccia in seguito, perchè più ci penso più mi ribolle il sangue. Ma te guarda se uno solo perchè dissente dall'operato di Razzo 16 e della chiesa deve essere tacciato di terrorismo.
Siccome io sono una lavoratrice per modo di dire e il precariato è insito nella mia natura, ho deciso che era giusto festeggiare adeguatamente cotanta giornata. Cercando di unire la gitarella fuori porta ed il concertone. Siamo seri: avevo bisogno di una giornata a baco in pieno relax per riprendermi dalla Croazia e dalla Puglia.
Decido dunque di avviarmi nel parco della Villa Medicea di Quarrata ove si terrà un concerto che prevede vari gruppi a suonare.Dulcis in fundo, la partecipazione di Benvegù. Io in realtà decido di andare al concerto soprattutto perchè suona Bobo Rondelli con gli Ottavo Padiglione.
La fida Gajazzi mi accompagna in questa sortita, e con lei me ne sconfino, guidando la mia PuntoProletaria, nella provincia di Pistoia al fine di godere di cotanta fioritura musicale.
Primo problema da non sottovalutare: dove diavolo è sita la villa? No, perchè nonostante la vicinanza tra Prato e Quarrata io non domino affatto bene l'ameno pistoiese loco. In realtà Quarrata mi fa l'effetto Scandicci e Sesto Fiorentino: non ho punti di riferimento, mi pare tutta uguale e mi ci perdo in due nano secondi. Meno male Carmelo (il neurone solerte, vorrei ricordarlo) ha avuto la brillante idea di mettersi all'opera e di scrivere su un foglio le indicazioni per la villa "che non si sa mai, mi fa stare meglio sapere che ho delle indicazioni e che le posso leggere".
Secondo non indifferente problema è il cielo apocalittico che è alle nostre spalle e che sovrasta Firenze. "Oh, ma verso Pistoia c'è ancora il cielo chiaro!". Già- Per quanto? 5 minutetti?
Chissene. Il concerto prevede varie band, tra cui il Benvegù e sopratutto il Rondelli, mica gli organizzatori li manderanno a casa così, solo per due gocce d'acqua! Ci sarà una soluzione alternativa, chessò, faranno suonare in villa (certo, certo...). Io e Gaja partiamo armate delle migliori intenzioni. Quando ecco che improvvisamente vengo fermata dalla polizia.
Inizio a sudare. Risatina isterica. Mi sembro una drogona in crisi di astinenza. Il poliziotto si avvicina. Inizio a temere la prova del palloncino. Guardo spaventata Gaja. Poi mi rinvengo che c'è poco da spaventarsi, non ho bevuto niente durante il giorno. Scopro così che la prova del palloncino si è tramutato in uno dei miei peggiori incubi, associato sempre ai controlli delle benemerita o della polizia. Probabilmente ho ancora ben presenti le notti in cui ho guidato in condizioni disdicevoli, prendendo tutte le provinciali per evitare eventuali pattuglie e disastrose prove del palloncino che avrebbero significato la riduzione in cenere della mia patente all'istante.

"patente e libretto"

La patente non mi crea grossi problemi. Il libretto si. Andò sta il libretto? Consegno un plico di fogli in mano al poliziotto: "Ah boh, il libretto dovrebbe essere li, io non so se lo riconosco, faccia un po'lei..." Il giovane nota il foglio con le indicazioni che campeggia sulle mie gambe. Fa il simpatico "che fai, scrivi le lettere mentre guidi?".
"Si, infatti con le mani reggo il volante, e le lettere le scrivo con la punta della fa..!!" Gennaro è li li per urlalo, fortuna che interviene Carmelo a bloccarlo. E a donarmi un ultimo sprazzo di lucidità: riconosco il libretto di circolazione. Lo porgo al giovane poliziotto dicendogli che il foglio altro non è che un appunto con delle indicazioni. "E brava Agnese...Anvedi, artro che l'urtimo modello de satellitare! Ma dove vai?"
Si, vabbè, ma una padellata di fatti propri? No, eh? Intanto si avvicina anche l'altro poliziotto. Si proietta dentro la macchina per chiedere il documento alla Gaja. Ma da quando usa chiedere i documenti anche a chi non guida? "No, è che stavamo cercando due terroriste." Andiamo bene. E continua esaminando il documento della Gaja. "C'avevo le foto segnaletiche, ma no. Tu sei più carina della foto che avevo." Rende il documento. “Anche le terroriste sono una bionda e una rossa..."
L'altro continua a chiedere delucidazioni su dove io sia diretta. Si autoinvita al concerto. Mi rende i documenti, sopratutto l'utilissimo libretto di circolazione che non ha degnato di uno sguardo, mentre Gaja sghignazza nel vedere la foto nella mia patente. "Ma quanto anni avevi in questa foto?". E quanti avrò avuto...18 ne avevo! Continua a ridere. Ma che te ridi?! Ammetto che la foto non è il massimo e che dimostro 12 anni li, ma insomma...
I due cordiali poliziotti si decidono a rilasciarci e a farci proseguire il nostro viaggio verso  Quarrata, lamentandosi di non poter venir con noi perchè in servizio (si, vabbè. Vi abbiamo invitato?). Veniamo infine appellate come Thelma & Louise. In virtù della cromia dei capelli, immagino. Ed ecco che Gaja esce con un bel "Ma anche no! Bella fine che fanno!", il tutto accompagnato con un italianissimo ed inequivocabile gesto di indubbio valore scaramantico. 
Ce ne andiamo tra le risate, nostre e dei poliziotti. Che alla fine come non capirli. Sai che palle a stare in servizio il primo Maggio. Forse anche io, se fossi stata al loro posto, avrei fermato una macchina con due ragazzi anche solo per scambiare due parole.
Ripensando a Thelma & Louise, Gaja mi fa notare che almeno una delle due, prima di schiattare, se l’era intesa con Brad Pitt. Vabbè. Preferirei intendermela con Jeremy Irons, se proprio devo scegliere.
La Punto Proletaria corre veloce (o giù di li) sulle strade, riconosco anche Vignole, ove ricordo di essermi recata a prendere un gruppo di banchieri che aveva avuto la brillantissima idea di prenotare i biglietti per l’Aida a Verona la notte della finale dei mondiali. Ecco, la finale dell’82 non me la ricordo per ovvi motivi di gioventute, questa l’ho passata con emeriti sconosciuti a Verona (ed in servizio, per giuna!).
Finalmente arriviamo in zona Villa la Màgia…Peccato che la strada d’accesso sia chiusa. Brivido – orrore – raccapriccio: a questo punto non ho la più pallida idea di come si arrivi a questa villa. Non faccio discorsi: imbocco la strada chiusa, sprezzante del pericolo (degnamente rappresentato dalla macchina, rigorosamente vuota, dei vigilini). Ovviamente incontro anche i suddetti vigilini, che in vena di gentilezza, non si incazzano nel vedermi in una strada chiusa al traffico, ma mi pregano solo di fare inversione e mettere la macchina più in giù senza passare davanti al cancello del parco perché “Ai MUSICANTI può dar fastidio il rumore”. Ah beh. Abbiamo i musicanti, noi. E i menestrelli dove li abbiamo messi?
La sorpresa più bella è stato incontrare per caso Danì, venuta direttamente da Lucca. Tipo un anno che non ci vedevamo. Anche lei venuta per Bobo Rondelli.
La pioggia che incombeva su Firenze è prevedibilmente arrivata anche a Quarrata: schizzi e scrosci. Smette. Ricomincia. Smette di nuovo. Danì ridendo dice “Vediamo un po’ se ora siamo venuti per Bobo Rondelli e non suona…!”
E infatti così fu. Sul palco gli organizzatori ci dicono che ormai il palco è bagnato, è pericoloso per gli artisti suonare e dunque sono costretti a chiudere li il concerto. Sdegno e ira delle genti contro il malvagerrimo tempo. Che voglio dire, ha avuto tutto un inverno per piovere, ma proprio a maggio doveva venire a rompere le palle? Meno male che la Marching Band continua a deliziarci con i suoi ritmi tipo New Orleans. A lato del palco, appena riparati da qualche albero continuano a suonare nonostante l’acqua.
E a questo punto io l’acqua ed il tempo infausto li devo proprio ringraziare, perché è grazie all’improvviso evento atmosferico che ha preso vita un momento di cabaret concerto di alto profilo.
Bobo Rondelli prende un megafono e si mette ad improvvisare canzoni sulle note della Marching Band. E da li parte tutto: Bobo continua a improvvisare e cantare, già che c’è rompe anche accidentalmente il megafono. Cede la parola a Benvegù, che si finge in riuscitissimo modo un profugo slavo. Viene addirittura collegato il microfono ad un amplificatore. Adesso non manca proprio niente. I due continuano ad alternarsi, a cantare e a fare spettacolo. Rondelli è splendido: una voce indimenticabile. Quano cata “Amara terra mia” mi vengono i brividi. E’ il mattatore della serata, indubbiamente.
Danì mi dice che Bobo avrebbe dovuto interpretare Piero Ciampi in un film a lui dedicato. Decisamente. Decisamente Bobo sarebbe un Piero Ciampi perfetto.
Altro che concertone di Roma. A Quarrata è stato fatto ben di meglio. Complice la pioggia se vuoi: nessuna barriera, nessuna distanza. Come se fossimo un nutrito gruppo di amici e uno dei tanti prendesse una chitarra in mano.
Si, anche qui, nel nostro piccolo facciamo cose belle!
(E ora mi sia permesso il mio momento frivolo: Bobo Rondelli, oltre ad avere una bellissima voce, oltre ad essere intelligente e pungente nelle sue canzoni, nei suoi scritti e nei suoi monologhi, oltre a saper improvvisare meravigliosamente, è un gran bell’uomo. Ma proprio tanto, eh! Ma tanto tanto!).

 

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 15:04 | link | commenti (12)
categorie: soddisfazioni personali, true life, muuuusica, son belle cose