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Avete supportato i miei delirii ben *loading* volte
martedì, 31 luglio 2007

FROM RUSSIA WITH LOVE

Stella Rossa

E anche la Russia è andata.

Tornata ieri sera da un viaggio cominciato con una lunga, infinita, tirata notte bianca, dato che l’aereo partiva alle 7 del mattino da Verona.

Primo impatto con il gruppo: tremendo. Avrei voluto tornarmene a casa con l’autista. Ci sono momenti in cui le persone mi sono estremamente sgradevoli, specialmente quando fanno domande a cui  effettivamente non c’è modo di dare risposta, o quando devono criticare tutto solo perché sono stanche. Io invece sono fresca come una rosa, e il sonno non lo sento, sapete cari i miei clienti, sono un cyborg, mica una donna.

Fortunatamente, una volta tanto, la prima impressione non è quella che conta e a parte alcuni simpatici “diti al culo” (che ci sono fisiologicamente in ogni gruppo) e qualche signorotta musino strinto che di ogni luogo aveva da dire “Eh, ma questo ci s’ha anche a Firenze. Eh, ma a Firenze s’hanno cose più belle! Eh, ma come si mangia a Firenze qui non si mangia! Eh, ma la roba che c’è a Firenze…!” (ma se Firenze ha tutto e il meglio, cazzo viaggi? Stattene a Firenze e non tediare il resto dell’umanità), il gruppo in questione mi ha riservato delle belle sorprese. Persone simpatiche, divertenti, serate passate a ridere e scherzare. Meno male.

Di Mosca avevo ricordi vaghi e annebbiati. Ricordo che ogni monumento, ogni lapide, era sorvegliata da persone dell’arma, alle volte anche bambini, che facevano sempre il cambio della guardia. E ricordo benissimo il corpo Lenin conservato nel mausoleo.

Adesso il cambio della guardia si fa solo davanti al Cremino. Tutti i monumenti, le lapidi, io non le ho più viste. Forse, senza l’apparato rappresentativo, non si notano più. Forse sono state rimosse, come se insieme a loro si potesse rimuovere un passato ingombrante. Fortunatamente, nel bene e nel male, il passato non si rimuove mai.

Mosca è immensa, tentacolare e frenetica. Il capitalismo in Russia è entrato prepotente e nella sua forma peggiore e più perversa. E’ un continuo contrasto: le costruzioni in stile “barocco staliniano” rappresentato tuttora gli edifici più interessanti. Arditi e altissimi palazzi con emblemi di stelle o falci e martelli e accanto insegne luminose e mastodontiche che pubblicizzano una qualsiasi cosa. Il rigore delle costruzioni e i casinò illuminati della nuova Arbat. Il lusso dei nuovi ricchi accanto alla povertà di chi vive di espedienti. L’inglese lo parlano solo alla reception dell’albergo, al di fuori di li è solo russo. A parte quelli che cercano di vendere libri, souvenir e cose varie per strada. Quelli parlano anche l’italiano. Ma a parte questo, se non parli russo, nessuno fa il minimo sforzo per capirti. E pensare che quella è una nazione in espansione. Ma la percezione è che in molti non siano ancora pronti per certe cose e che non lo siano stati per il repentino cambiamento che li ha investiti.

E poi le chiese. Bellissime, artisticamente splendide. Il rito ortodosso ha un fascino innegabile, con l’iconostasi a marcare il confine tra umano e divino e la messa cantata, le voci che si intrecciano a tessere melodie piene. E poi del russo non capisco una parola, ma ha delle sonorità bellissime.

Risaputo, ma lo ripeto, i preti ortodossi si devono sposare, altrimenti non possono diventare preti. E quando ho saputo che la moglie del prete diventa la “pretessa”, nonostante la mia inesistente propensione al religioso, ho avuto un istintivo moto di fare la caccia al giovane pretino solo perché mi piaceva l’appellativo. Ho perso ogni speranza. I futuri pretini erano troppo giovani. E sinceramente nemmeno troppo belli. E poi i problemi di comunicazione erano decisamente insormontabili.

La Piazza Rossa continua ad emanare quel fascino tutto suo di pastiche storico artistico ben riuscito. Il mausoleo di Lenin per me ne rimane comunque il simbolo, forse per via del mio ricordo di bambina.

Ricordo una lunga fila di persone, una stanza buia e fredda e al centro Lenin, illuminato da una luce chiara. Non ci si può fermare davanti al corpo, si deve continuare a camminare. Avevo cinque anni, e questa novella discesa all’Ade, questa specie di congiunzione tra presente e passato mi aveva emozionato. Non sapevo nemmeno chi fosse quell’uomo dal naso affilato, all’epoca. Era una cosa che avrei voluto rivedere, per riscoprire quelle emozioni, o sentirne di nuove, sapendo adesso chi è quell’uomo e cosa rappresenta, almeno per me. E non ce l’ho fatta. Il mausoleo sta aperto solo 3 ore al mattino e i tempi del tour erano serrati. E c’era il trasferimento a Leningrado, 6 ore di treno dalla capitale.

Leningrado è bella da togliere il fiato. La Venezia del nord ha uno sfarzo ed una grazia di cui va giustamente fiera. Il centro della città è un susseguirsi di palazzi settecenteschi ed ottocenteschi, dai colori pastello vivi e pieni, tipici delle città che vivono sull’acqua e che dall’acqua prendono nuova linfa vitale, nuove luce e inaspettati bagliori. Stucchi, ori, vetrate, stile libery. E’ una città italiana, fatta da italiani, razionale e comprensibile perché pianificata a tavolino.

Si vede che non è una città fondata spontaneamente, ma che è stata voluta dello zar come capitale del regno. Quasi a significare una sua nuova nascita, quasi a significare una sua onnipotenza.

Leningrado non è solo questo. Leningrado è la città simbolo della Russia, la capitale culturale, la città d’arte e soprattutto la città eroica per la sua resistenza all’infinito assedio nazista. E’la città della rivoluzione, con l’incrociatore Aurora che spara a salve per dare il segnale che ne sancisce l’inizio. A Leningrado c’è piazza Lenin, dove resiste una gigantesca statua di Lenin, appunto. Il suo cappotto è spostato dal vento, lui è sorridente e indica qualcosa. Il futuro, forse. Per quanto ci sono stata ho notato, nelle lunghe giornate di Leningrado, in cui la notte arrivava quasi a mezzanotte per terminare pochissime ore dopo, che è una piazza molto animata. Una specie di struscio della zona sud della città.

Girellando nel mio albergo ho però capito che c’è una cosa che spesso faccio che li non posso fare. O per lo meno non avrei potuto farla in quella hall. La cosa in questione è starmene seduta da sola ad osservare le persone. Viaggiando spesso da sola, o facendolo per lavoro, mi capita e mi piace sedermi in un posto ed osservare ciò che mi circonda. In quella hall sarei stata scambiata per una prostituta. Io non l’avevo mai visto, prostituzione nella hall degli hotel. Forse sono un po’ naif io, ma non mi era mai capitato. Li c’erano dei posti direi fissi, visto che tutte le sere c’era sempre la solita ragazza nel solito posto, le ragazze sedute in attesa, giovani e bellissime. E nel vedere la cosa (ovviamente ho capito di che si trattava dopo aver visto una “contrattazione” e l’avviarsi dei due negli ascensori) mi sono domandata se la spinta che ha portato queste ragazze a fare questa scelta è la misera, o la voglia di riscatto, o semplicemente la voglia di un alto tenore di vita. Non saprei darmi una risposta, so che come visione mi ha messo una grande tristezza.

Una forma di allegria me l’ha messa il provare di nuovo una sensazione perduta, che non si recupera facilmente. Perché una volta fatto quel passo non si può tornare indietro. Parlo dell’emozione che si prova nell’imparare a leggere. Ho provato di nuovo la sensazione che hanno i bambini quando vedono le lettere danzare, come strani segni indecifrabili. Ecco come mi sentivo davanti al cirillico. Poi la fortuna di incontrare un giovane “maestro” siberiano, che nelle 6 ore di treno che separano Mosca e Leningrado, mi ha insegnato a leggere, mentre voleva che gli parlassi in italiano perché è una lingua che adora e che capisce anche se non riesce più a parlare, anche lui affascinato dai suoni delle lingue come me, anche lui laureato in lingue come me, anche lui nato nel mio stesso mese e nel mio stesso anno. E da li allora ho cominciato di nuovo di nuovo a leggere, sillabando piano, andando a tentoni, fino a vedere che da un momento all’altro quei segni prendono un senso.

E poi di nuovo il caso e la fortuna. Il concerto dei Rolling Stones nella meravigliosa cornice della Piazza d’Inverno, nell’ultima notte di permanenza in città. In quel momento ho capito quanto il mio iniziale analfabetismi mi avesse pregiudicato. Avevo visto i manifesti a Mosca, ma ovviamente non potevo comprendere il quando ed il dove dell’evento. Quando l’ho capito era tardi, ed ormai i biglietti erano troppo cari per il mio scarso budget. Ma decido che almeno voglio provare a sentirli, sono leggende viventi per me. E allora da sola prendo la metropolitana, me ne vado in giro per la Prospettiva Nevsky e da li, nel punto in cui si slarga in piazza, vedo e sento il concerto insieme ad un'altra marea di persone che come me non aveva le risorse per comprare un biglietto, ma aveva la voglia di godere di una patrimonio musicale splendido che non può essere circoscritto.

Mick Jagger è in una forma splendida, non si ferma un attimo, prova anche a parlare russo. Gli Stones continuano ad incantare e sprizzare energia da tutti i pori, continuano ad essere loro il rock ‘n’ roll.

E allora arriva il momento in cui sento l’emozione forte e la felicità di essere li, di vivere quel momento, per il luogo, per l’atmosfera, per gli Stones, per quello che tutte queste cose insieme significano per me e sento la voglia di condividerla, con chi penso che sia l’unica persona che possa capire quello che sto sentendo. Mando un messaggio che è pura poesia.

Ricevo in cambio silenzio.

Si dice che il silenzio valga più di mille parole.

No.

Non in quel momento.

In quel momento una parola, anche una sola, avrebbe avuto molto più valore del silenzio.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 03:49 | link | commenti (14)
categorie: soddisfazioni personali, si viaggiare, io e gli omini, bello il mio lavoro
sabato, 21 luglio 2007

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Cari i nostri e vostri,
è arrivata l'alta stagione anche per me.
Sarò un po' uccel di bosco, dato che se non lavoro ora patirò la fame questo inverno. Mi sembro la formica della famosa favola. E non è che ne vada fiera, sta formica tutta saputella mi stava anche un po' sulle palle.
Dunque, sono rientrata oggi da una settimana di lavoro in Sardegna (dove ho vinto anche un viaggio per quattro persone. Sembra una presa in giro...). Mare da favola, posto splendido, belle persone che ho avuto il piacere di incontrare. Peccato che col mio lavoro siano tutte conoscenze superficiali, ma alle vote si culla questa illusione che la voglia i rivedersi, di passare di nuovo del tempo a ridere insieme sia reale e non solo parole.

Domani notte parto alla volta della Russia. Otto giorni divisi tra Mosca e San Pietroburgo. Che io l'ho vista quando era Leningrado, e per me rimarrà sempre e solo Leningrado. Ho voglia di tornarci e rivederle dopo oltre vent'anni. Saranno cambiate, ma voglio vedere come. E mi porto sempre le suggestioni, la meraviglia e lo stupore di quando le ho viste per la prima volta da bambina.

Al ritorno qualche giorno ferma e poi a ruota Olanda, Croazia a Slovenia ed infine Calabria. Credo che mi raccatteranno col cucchiaino.

Insomma, per evidenti ragioni lavorative, latiterò un po'. Mi auguro di non essere totalmente distrutta nei pochi giorni di tranquillità che ho per poter buttare giù le sensazioni di questi viaggi.

Anche adesso ne avrei, ma devo fare pace col cervello e concedermi qualche ora di sonno. Ogni tanto mi ci vuole anche quello.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 02:22 | link | commenti (10)
categorie: bello il mio lavoro