IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE

La creatività è una grandissima dote, dote che io non mi riconosco poi moltissimo. Noi poveracci, attratti dall’arte ma non artisti, stiamo in quella terra di mezzo in cui guardiamo questo mondo ma non riusciamo a farne parte. E veniamo pure un po’ schifati.
Ci sono svariate sfaccettature, svariate correnti nell’arte. Io amo l’arte figurativa. Adoro la pittura e sono sempre stata buona solo a fare scarabocchi con una matita in mano. Non ho assolutamente alcun senso artistico, figurativamente parlando. La scultura, michelagiolescamente, mi affascina poi ancor di più. Il dare corpo a qualcosa che si libera dalla materia. L’atto creativo supremo. La difficoltà tecnica. Ovviamente io sono un’imbranata cronica ad usare le manine. Amore infinito per il teatro ed il cinema. Da spettatrice. Mi imbarazzerei troppo su un palco. E la musica. La musica. Voce bassa da travestito e suonatrice di chitarra. Lasciato tutto a mezzo perché ero mediocre, ed io o eccelsa o non se ne parla.
E oltretutto provate a vivere il mio dramma: il mio segno è l’acquario. Il segno artistico e creativo per antonomasia. “Uh, sei acquario! Sarai bravissima a disegnare!” “no” “ah, beh, allora ballisuonicanticrei!” “no”. E chiunque mi veda pensa che io sia una persona estrosa e creativa. Vaglielo a spiegare che forse ho un certo estetismo per le cose, ma non si può confondere con estro e creatività.
Insomma, una croce. Diciamocelo, una vera croce. Croce e delizia, nel vero senso della parola.
Che se poi si guarda bene, anche il mio lavoro ha a che fare con l’arte: di arte e storia parlo quando cerco di svelare Firenze agli occhi altrui. E un po’ attori bisogna essere, per cercare di far passare un’impressione, un’emozione, un brivido.
Gira che ti rigira, io dal mondo della creazione artistica, non riesco proprio a starci lontana. Affinità elettiva. Deformazione professionale o di studio, visto che sono laureata in lingue, ma specificatamente in lingua e letteratura portoghese: amici scrittori, poeti, editori.
E dato che alla fine a questo mondo ci son legata (sempre con i debiti distinguo), se penso al mio trascorso lavorativo, posso ritenermi fortunata. Ho lavorato per qualche stagione come sorveglianza in sala del Centro di Arte Contemporanea Luigi Pecci. E che altro avrei potuto fare, io di arte contemporanea non ci intendo niente. Però è servito. L’occhio si abitua anche a quel bello, si trovano regole di armonie nuove. Poi si vedo anche delle belle cagate, secondo il mio parere di non esperta. Però ho avuto l’occasione di vedermi e gustarmi molte mostre. Gustarmele piano, visto che me ne stavo li per lavoro. Guardando ogni pezzo della mostra da ogni angolazione, con ogni diversa illuminazione.
Ho lavorato come maschera al teatro. Mi sono vista tutta una stagione teatrale a ufo, con mia somma gioia. Tra l’altro fortuna vuole che venissi messa quasi sempre al loggione; dal loggione potevo seguire tutto lo spettacolo. Roba che se sei agli ordini, e tutti i palchi sono pieni, non puoi mica. Una goduria, insomma.
E visto che ormai siamo in ballo, balliamo. Mi son fatta tutte le mostre di uno spazio per l’arte curato da un conoscente. Ed una, l’ultima, è stata la più bella. Hanno chiuso col botto. A questo punto aspetto con ansia che riaprano.
L’ ultima mostra era prima di tutto una performance. Si trattava di entrare in quello che era una sorta di ristorante dell’arte. Tre persone ad ogni tavolo, ognuna aveva il suo Menù. Nel menù erano enumerate svariate azioni che sarebbero state fatte dai tre artisti. Ogni azione era una portata ed ogni portata doveva essere pagata creando un disegno o una piccola scultura fatti utilizzando la tovaglietta di carta, oppure lasciando un proprio oggetto. Le creazioni sarebbero state successivamente esposte nella mostra.
Un concetto circolare di arte. Un’arte dove non c’è un creatore che poi diventa fruitore e viceversa. Una performance dove c’è una partecipazione collettiva.
Potevo sottrarmi al brivido di ordinare qualcosa a Cesare Pietroiusti, che girava nella sala con la comanda del ristorante? Ovviamente no. E così, insieme alla Francy e alla Rachele, mi sono seduta ad un tavolo. Ed ho fatto la mia ordinazione: “Cesare ti attribuisce permanentemente un’idea”. Mi ha attribuito un’idea sulla prospettiva in Giorgione. Cosa utilerrima, adesso potrò riutilizzarla davanti a qualche quadro di Giorgione e dire che è un’idea mia. Perché adesso è proprio mia, se l’è segnato anche lui. Era un’idea sua, ma adesso l’ha attribuita a me.
Della serata è stato fatto il video. Ci sono anche io e mi si riconosce. Se siete bravi indovinate anche "l’opera d’arte" con cui ho pagato la mia portata.
Visto che ho degli INNUMEREVOLI (?) lettori et AFFEZIONATISSIMI (??) ascoltatori nelle mie improvvisate a Radio Gas, mi sembra giusto avvertire tutti i miei fan(z) (???) che ne ho fatta un'altra delle mie.
Il grosso del lavoro c'è sempre in concomitanza di qualcosa di gustoso, da acquolina in bocca.