PRATO E’ UNA STAZIONE SULLA VIA DI FIRENZE
Così l’ha definita un signore greco.
Il greco l’ho conosciuto lavorando, vomitato fuori da una delle navi che affollano il porto di Livorno. Ho conosciuto vari greci e greche. Ne avessi conosciuto uno normale. La stessa cosa la disse un mio amico portoghese che era andato in erasmus ad Atene. “os Gregos sao maluquinhos!”. Come se lui fosse la più centrata delle persone, invece. Lui era uno degli esseri più assurdi che avessi incontrato a Lisbona. E a Lisbona ho un bel campionario di esseri assurdi.
Il signore greco parlava italiano e faceva questione di parlare italiano con me. Arrivati a Firenze i suoi occhi si sono illuminati. Mi ha detto con la voce rotta dalla commozione che lui aveva studiato a Firenze. Era stato in Italia una trentina di anni fa, e ci aveva vissuto per un annetto.
A Firenze studiava architettura. Mi ha chiesto dov’era la facoltà, voleva andare a vederla di nuovo. Si ricordava che era verso belle arti, in centro. Doveva essere in via Alfani, dove ora ci sono dei dipartimenti di lettere e filosofia, la facoltà che ho fatto io.
Era bello vederlo, perché aveva lo stesso sguardo che ho avuto io quando sono tornata in Alfama mentre ero a Lisbona per lavoro ed ho visto il balcone della casa dove abitavo.
Io ed il greco ci capivamo con un’occhiata, quello sguardo di chi ha scelto una seconda patria. La prima se l’è trovata, la seconda se l’è scelta. Quello sguardo colmo d'amore e di ricordi di chi ritorna a casa, la casa che si è scelto, la casa della sua giovinezza, la casa elettiva. Quello sguardo quasi da esule che torna in patria.
Parlavamo di questo nel viaggio verso Pisa e in quel momento gli ho raccontato di Lisbona, ma sembrava che lui lo sapesse già. Mi disse che lui, oltre ad aver studiato a Firenze, aveva abitato a Modena. Ma Firenze gli era rimasta nel cuore. Mi ha chiesto dove abitassi, e quando gli ho detto Prato, ecco che lui ha detto “Prato…Prato, si, me la ricordo. Per me che venivo da Modena è una stazione che c’è prima di Firenze.”
Mi sono chiesta che diavolo di vita era studiare a Firenze e abitare a Modena. Ma forse veniva a Firenze solo per dare gli ultimi esami mentre già lavorava a Modena. Comunque , non era questa la cosa che mi interessava in quel che mi aveva detto.
Mi interessava la percezione che aveva avuto di Prato. Che effettivamente non è niente se non una stazione prima di Firenze sulle linee ferroviarie che uniscono il nord al sud.
Questa stazione prima di Firenze in cui sono capitata a vivere quasi per caso, non avendo famiglia originaria di qui. Questa stazione prima di Firenze che va a finire mi piace anche. Di cui mi sento e non mi sento parte. Io che mi sento parte di qualsiasi città dove abbia vissuto, anche per un brevissimo periodo. Lisbona, Dublino, Londra.
Questa stazione prima di Firenze che mi stringe e mi toglie il fiato, mi soffoca, ma allo stesso tempo mi aspetta e mi accoglie sempre.
Ogni partenza comporta un ritorno. Ed il ritorno è sempre qui. Lo pensavo mentre andavo via, mentre attraversavo l’appennino su un treno e l’ho pensato mentre tornavo. L’Appennino in quel tratto è bello. La vallata ha dei colori splendidi. Mi piacciono infinitamente dei tratti di questa città, bistrattata e conosciuta solo come la città dei cenci prima e dei cinesi dopo, questa città comprata per diciasettemila fiorini da Firenze, una città che è costata ben meno di una Porta del Paradiso. Il Duomo. Piazza Sant’Agostino. San Francesco. Galceti ed il Monteferrato. E la vallata. Vaiano e Vernio. Mi piace anche il rumore dei telai, che ora non si sentono più. Ma lo ricordo bene. Erano telai da tutte le parti. Ci pensavo mentre passavo sopra Vaiano, e mentre il treno correva sopra Vernio pensavo alle domeniche dei poveri passate in Carigiola, a fare il bagno nel fiume perché al mare mi faceva fatica andarci. L’acqua freddissima, il primo sole a colorare la pelle. Ricordo di un’estate finita, mentre mi guardo gli stivali e penso che tornerà il freddo e la pioggia, e le serate nei locali chiusi. E mi intristisce un po’, il pensiero dell’inverno. Estate, sei calda come i baci che ho perduto, cantava Bruno Martino, ma io non odio l’estate. L’estate mi manca già, anche se io me la godo poco.
Sono tornata, avevo veramente bisogno di andare un po’ via. Nel ritorno guardo questa stazione prima di Firenze dall’alto. La accarezzo piano. Ripenso a quella volta che sono tornata davvero e non avrei voluto tornare. L’ho odiata. L’ho odiata profondamente. Mi sono dibattuta tra qui e Lisbona, cercando di vivere qui e li. Ho sempre vissuto tra qui e Lisbona. Ma al ritorno, quello vero, l’avrei rasa al suolo. Poi, col tempo, è passata la rabbia. Poi non si può vivere in due posti. Bisogna sceglierne uno.
E’ capitato così. E’ capitato qui. Non è stata nemmeno una scelta conscia. Ma alla fine, tutto sommato, soppesando quello che ho perso e quello che ho incontrato, è stata la migliore.
Sono tornata. E quando parto vorrei arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile, pur amando profondamente il tempo del viaggio. Il viaggio di ritorno, invece, non è mai lungo abbastanza. Il viaggio di ritorno, che è quella splendida sospensione tra il prima ed il dopo, che è una dimensione spazio-temporale a se stante. Bisognerebbe che durasse un tempo infinito, il viaggio di ritorno.
Le gambe che tremano, la testa in bambola, l’occhio perso e la bocca semi aperta. Insomma, al mio solito avevo sfoggiato una delle mie più intelligenti espressioni.
Per due anni penso di aver trovato le scuse più infime per andare dal fratello della mia amica, con la speranza di vedere Magnolia in classe, per due anni ho passato l’intervallo transumando davanti alla loro aula (ma sempre con molta discrezione), e per due anni tutte le volte che me lo trovavo davanti mi sarei voluta sotterrare. A quattordici anni non ero il massimo dell’avvenenza e nemmeno dell’intraprendenza, diciamocelo. Non che ora in quanto a intraprendenza si sciali, ma insomma. Almeno un po’ di goffaggine è andata.
Ricordo che al diciottesimo del famoso fratello dell’amica, il giovane genio volle pure presentarmelo, di forza. Uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita. Magnolia lo ricordo benissimo, aveva un maglioncino con scollo a V color salmone. Io di me ricordo solo che avevo in mano il cd dei Pink Floyd che dovevo dare all’amico di cui sopra. Magnolia si complimenta per il mio gusto musicale, io devo aver risposto qualcosa (di molto breve e poco intelligente) e con una scusa qualsiasi sono letteralmente fuggita dileguandomi tra le persone.
Magnolia durante i due anni di liceo che ci hanno visto uniti nella stessa scuola, ovviamente, non mi ha mai considerato manco di striscio. Ed io lo guardavo da lontano e sospiravo.
Magnolia l’ho sempre rivisto in giro, quando più quando meno, visto che è il front man di un gruppo che suona piuttosto spesso. Il suo gruppo è interessante, lui scrive le canzoni e ne cura i testi onirici e surreali, imbevuti di citazioni colte. Ha la voce un po’ alta (ma io lo dico perché sono una patita di voci basse) ma bella, un bel timbro, una bella intensità e sul palco è proprio bravo.
Magnolia l’ho sempre trovato un bel tipo, è ancora alto e magro, non ha più i capelli lunghi, li ha tagliati, ma gli sono rimasti gli occhioni azzurri ed il viso d’angelo, e dimostra meno dei suoi ormai quasi trentuno anni. Che a pensarci bene sono tutte cose che su di me non dovrebbero avere alcuna presa, visto che io sono amante dell’uomo mediterraneo, dei lineamenti forti e tutt’altro che angelici e soprattutto ho una discreta passione per i vecchi. Ma sarà che era il mio amore dei quattordici anni e che forse meditativo vendetta tremenda vendetta, io gli ho sempre portato un certo affetto e su di me ha sempre esercitato un certo fascino.
Magnolia è stato una delle mie meteore invernali. Ci siamo conosciuti ad una festa (no, sarebbe meglio dire che lui ha conosciuto me, perché io, chi fosse lui, lo sapevo benissimo!) e siamo usciti insieme qualche tempo. L’emozione di vedere il tuo amore dei quattordici anni che ora è li che ti chiama e che è lui che vuole vederti, che è lui che ti guarda imbambolato, pensare a come è strana la vita ed il gioco degli incontri che si ripropone quasi quattordici anni dopo. Le cene a casa sua (adoro un uomo che cucina per me), le discussioni di ore sulla seconda guerra mondiale e la resistenza, sui film di Pasolini, le citazioni di Landolfi. Poi io ho attuato una delle mie celeberrime fughe.
E ieri sera l’ho incontrato casualmente. Sempre molto carino, di modi e di persona. Mi è venuto a salutare con una sorriso splendido, mi ha abbracciato e mi guardava con gli occhi che brillavano. Ecco. Ma perché? No, perché tu, mio caro Magnolia, che sei intelligente, che sei così amorevole e dedito, che tutte le volte che mi vedi pare che tu abbia una visione mistica, che mi guardi e mi fai sentire l’unica donna per te esistente in tutto l’universo, insomma, perché tu che sei così creativo, ed anche interessante, tu che tieni le piccole cose che ti ho dato come fossero gioielli preziosi, tu che sei riuscito a capire una parte del mio mondo, insomma, tu che sei pieno di fantastici pregi, tu che hai solo un difetto…ma perchè quel difetto deve consistere nell’essere completamente FOLLE E FUORI DI TESTA????
(No, poi dice “perché hai cassato pure questo?”…)