Durante il mio breve soggiorno romano, mi sono accorta che il dialetto toscano (che poi toscano non vuol dire niente: bisognerebbe specificare di quale area della Toscana stiamo parlando, che qui ognun per se e iddio per tutti) non è così universalmente comprensibile come io pensavo. Già ne avevo avuto una piccola riprova diversi anni fa, gli anni in cui vivevo il mio amore per Brianza, il quale, nonostante la giovine età, si faceva oltre trecento chilometri per venirmi a trovare. Che caro ragazzo. Ora gli auguro la peggiore delle infelicità, ma questa è un’altra storia. Insomma, il povero Brianza molte volte si trovava nella difficile posizione di non capire ciò che io stessi dicendo. La cosa mi stupiva un po’, perché non è che stessi parlando veneto (anche perché, essendo lui di origine veneta, avrebbe capito benissimo) e mostrai tutto il mio disappunto. Il giovanotto mi fece notare che effettivamente tra “C” aspirate, dittonghi in “AO” quasi portoghesi e termini a lui ignoti ogni tanto capitava di perdere il filo del discorso. Bene, ma “codesto” non è regionalismo né un termine così desueto, se non lo conosci è per ignoranza tua, caro il mio biondino, ma andiamo innanzi.
A Roma, parlando con Giò e Dariuska, ho avuto l’ulteriore conferma che certi lemmi non sono conosciuti ed usati fuori dal territorio granducale. Altresì, ho imparato anche io alcune parole che sarà mia cura inserire nel mio vocabolario.
Alla luce di alcune difficoltà di comprensione (nate durante lunghe conversazioni nel ristorante eritreo), su suggerimento e pressante richiesta degli interessati (Giò e Dariuska, appunto), mi appresto a scrivere un vocabolarietto d’uso.
Che poi, l’italiano l’abbiamo inventato noi, quindi è il caso di adeguarsi e conoscere certi importanti e sostanziali termini che si usano in terra di Toscana.
B
Bottino: con la parola “bottino” si usa indicare il contenuto dei pozzi neri. Per estensione poi anche il concime organico e le cose molto sporche. Bottino può anche essere un simpatico appellativo per i propri conoscenti “Oh, ma sei proprio un bottino, eh!”.
La necessità di fare l’esegesi della parola “bottino” nasce da una conversazione in cui io stavo raccontando l’analisi organolettica che un mio amico, presto laureatosi sommelier, aveva fatto di una grappa alla rosa servita ad un ristorante cinese. L’analisi consisteva in: “Hum. Sa di bottino!”
Visto lo smarrimento dei miei interlocutori alla parola bottino e le loro interpretazioni (“Sa di piccola botte? Di ciò che rimane nel fondo della botte?”), mi è sembrato doveroso chiarire il concetto. Mirabile la chiosa di Giò: “Adesso, quando al telegiornale sentirò una notizia dove viene detto qualcosa del tipo “i banditi hanno abbandonato il bottino in macchina”, mi immaginerò una macchina piena di sacchi di merda!”.
G
Granata: scopa di saggina. Particolarmente adatta per spazzare il cemento o i lastroni in pietra, altrimenti detti “lastre”
Al mio “la granata è una scopa per spazzare le lastre”, Dariuska ha materializzato davanti a se l’immagine di una bomba passata svariate volte su una radiografia. Giò ha detto “Ecco, quando sentirò, a proposito di uno scenario di guerra “lancio di granate”, penserò a gente che si tira dietro le scope della befana!”.
Ah poi mi raccomando: spazzare, spazzare. Che “scopare il pavimento” non se pol sentì. Poi non vi dico cosa mi immagino io…
P
Panaio: Panettiere.
Se c’è il macellAIO non si capisce perché non ci debba essere il panAIO (contando che da noi c’è pure il fruttAIO, il gommAIO e via andare)
T
Turacciolo: Organo riproduttivo maschile.
Questo lemma è stato coniato da Dariuska, che ha ribattezzato la spiaggia di Capocotta in “la spiaggia dei turaccioli”. Avendo usato la parola “turacciolo”, immagino che non debba essere stato proprio un bel vedere…Sostenevo, con Giò, che se fossi un uomo e mi venisse appellato di turacciolo non lo prenderei proprio come un complimento. La sua risposta è stata “Dipende dal collo della bottiglia…”. E’ sempre consolante avere amici così signorili!
Trombolesionato: categoria umana molto ben nutrita, ultimamente. Ovviamente non è colui che è stato lesionato da un trombo.
Il trombolesionato non è il mascettiano “non trombante”. Né è lo sfigato che non ne vede manco a piangere. Il trombolesionato è colui che esercita, ma senza trasporto, quasi per dovere. Insomma, mai esercitare troppo (tante le volte s’avesse a consumare, eh). E’ sempre preferibile giocare a bocce, leggere trattati sulla metafisica, parlare del Capitale di Marx, parlare estensivamente e noiosamente (la noia è un tratto distintivo del trombolesionato) del proprio argomento di studio o di lavoro (storia dell’arte – economia – ingegneria – musica – letteratura – leggi più o meno astruse – teatro – lingue morte – varie ed eventuali).
Il lemma è stato coniato da Lisita alla fine di uno dei diecimila tirocini fatti durante il corso di abilitazione per diventare guide turistiche. I tirocini erano spesso fatti la domenica mattina. In realtà questa era una lezione di approfondimento, fatta il sabato mattina. Tutti i sabati le lezioni erano dalle 9 alle 14. Quel famoso sabato la lezione finì intorno alle 13:15. L’insegnante (venerabile donna per la sua competenza e sapienza) vista l’ora, decise di mandarci a casa prima, con un bel sorriso sulle labbra. Ma ecco spuntare alcune vocine dal fondo del gruppo: “Ma mancano ancora 45 minuti, perché non ci fa vedere altre cose? Tanto, ormai che siamo in giro…”
Alziamo gli occhi al cielo. Ed ecco Lisita proferire lo storico “Oh, ma se siete dei trombolesionati ditelo, eh. Per una volta che si torna a casa un pochino prima, ma godi popolo!”.
L’insegnate, per inciso, era d’accordo con lei.
U
Un quarto alle tre (o cinque, o sei…): le tre (o cinque, o sei…) meno un quarto.
Mi chiedo, ma perché la donnina romana che per la strada mi chiede l’ora non capisce “un quarto alle tre” e “le tre meno un quarto” si? Perché Giò sgrana gli occhi quando dico che ho il treno ad un quarto alle cinque e se dico alle cinque meno un quarto invece capisce?
A me pare una locuzione comprensibilissima.
Uscita del secondo fascicolo del Vocabolarietto d’uso: prossimamente (appena qualcuno mi dice che non capisce cosa sto dicendo).
Anno bisesto, anno funesto.
Lo sento dire sempre, e mai tante volte come negli ultimi giorni del 2008. Una serie inquietante di persone che salutavano con tutto l’odio possibile questo anno, adducendo il fatto che avendo quel giorno in più di febbraio, non poteva proprio essere altrimenti.
Sarà che io di anno bisesto ci sono nata, e sono nata proprio di febbraio, ma a me i bisestili non sono mai parsi anni peggiori di altri. Anzi. Forse forse per me sono stati migliori di altri.
Il 2000 lo ricordo con piacere per via di Dublino e dell’università. Il 2004 è stato l’anno della laurea e del conseguente smarrimento (tipo “bene. E ora che diavolo faccio?”), ma lo smarrimento è normale ed io lo considero un anno positivo.
Se devo pensare ad un annus horribilis penso al 2005. Ecco, si, quello lo posso proprio definire un bell’anno di merda, e non starò qui a specificare i motivi (vari e pesanti). Le cose hanno avuto bisogno di tempo per assestarsi ed anche il 2006 non lo ricordo con troppo piacere. Un po’ meglio il 2007, quasi si ricominciasse a risalire la china. Che va bene che quando uno tocca il fondo può sempre trovare una pala e mettersi a scavare, ma insomma…
Il 2008 alla fine è stato l’anno della rinascita. Non pretendo la perfezione, sicuramente ci sono stati momenti pesanti, ma rispetto agli ultimi anni mi par cent’ori. Mi ha portato persone ottime e finalmente ho avuto anche il coraggio di fare un po’ di pulizia. Ce ne fosse.
Il 2008 l’ho salutato lavorando, al freddo del profondo nord, attorniata al solito di turisti, alcuni simpatici, altri meno. Ho litigato con chi lavorava alla reception ed ho tollerato l’autista che faceva delle pesanti avances. L’autista, non l’Autista. C’è una gran bella differenza. Ho finito l’anno ringraziando iddio o chi per lui che nella sala facesse freddo e lui si fosse spostato ad un altro tavolo, che non ne potevo più di sentirmi raccontare le sue imprese sessuali e sentirmi dire che io avrei avuto bisogno di una “lezione”. Pure tu caro mio, ma di buone maniere.
Un cliente alla cena mi saluta dicendomi “lei è proprio una bella donna!”. A me si inchioppa una vena a sentire “donna”. Ero convinta di essere ancora una “ragazza”. Sorrido, ma in realtà la prendo malissimo, e mi metto a pensare che farò la fine di quelle che critico tanto, probabilmente diventerò schiava del botox per nascondere le rughe. Pensavo di prenderlo meglio, l’invecchiamento. Forse è tutta questione di abitudine. Oppure è una meritata punizione che sottostà alla legge del contrappasso.
Mi dicono che il 2009 è l’anno dell’Acquario. Io già mi sono sentita meglio da quando Saturno non ce l’ho più contro; mi dicono che dopo un secolo e mezzo l’acquario non ha più pianeti in opposizione. La mia nota venalità mi spinge subito ad informarmi circa l’ambito professionale ed economico, rivelando così il mio totale disinteresse verso l’ambito affettivo. In quello sono bravissima a fare casini da sola, senza bisogno di previsioni di sorta. Non faccio buoni propositi perché tanto so che sono un’incontinente che non mantiene nulla di quel che si propone e promette, cerco di dire basta ai signor no e ai signor tentenna, forse perché signor tentenna sono diventata io e ne basta uno.
Comincio con una tornata di concertini interessanti, Bobo Rondelli su tutti, purtroppo visto in uno spazio inadatto e popolato da persone irritanti. In realtà era proprio irritante lo spazio in se. Travaso di bile invece nel vedere il Lindo Ferretti in chiesa a fare un recital di una lentezza estenuante. Lo guardo cinque minuti e fuggo via, confessando, quasi in lacrime, all’amica che “io non ce la faccio a vederlo ridotto così!” . Buono Fiumani, ma mi rendo conto di non aver più (o non ho mai avuto) l’età per il delirio di folla e la mischia di spintoni. E’ perché di fondo, sono una snob. Però vengo costantemente sopraffatta dalla bellezza, soprattutto quella terribile e inquieta. L’ultimo che mi ha completamente sopraffatto è stato Donatello, che mi ha steso con
Con quasi venti giorni di ritardo, buon anno, ragazzi.
Il Sessantotto, adesso, ha proprio rotto le palle.
Non se ne può più. Di cuccioli del maggio, di meglio gioventù, di una generazione che ha cambiato il mondo. Non se ne può più di zecche che vivono nella mitizzazione del passato vedendo come perfettibili anche quegli aspetti e quelle esagerazioni che erano connaturate al movimento, che erano comprensibili, ma che insomma, proprio proprio bene non hanno fatto.
Sono reduce da uno spettacolo teatrale sul Sessantotto. Mi ha irritato la ridondanza che si fa di quegli anni. Del trito e ritrito, detto e ridetto.
Io ormai quando sento che la tematica di un testo, di un film, di una canzone è il Sessantotto sento un brivido gelido corrermi giù lungo la schiena; no, che poi io sono anche una di quelle che ha fatto le manifestazioni, ha occupato l’università ed il rettorato, ha sbattuto la porta in faccia al rettore, ha fatto casino all’apertura dell’anno accademico…Insomma, il mio passato da “sovversiva” (come disse uno psicologo a cui dovevo tradurre un articolo in inglese) ce l’ho.
Guardo le facce degli studenti del maggio francese: sono belli, che sono felici, che sono pieni. Ma mi sono rotta le palle di considerarli per forza di cose meglio della mia generazione.
Penso alle conquiste del Sessantotto, all’università libera, alla liberazione femminile e femminista, alla rivoluzione culturale e di costume che c’è stata, ma penso anche che alla fine la vince la mediazione: si parte da un punto A, si va verso il punto B che per reazione è l’opposto, e dopo si conciliano le posizioni in un punto C che sta a metà tra A e B.
Insomma prendiamo il femminismo: utile, ci voleva ai tempi. A parte il fatto che sono dell’idea che la condizione femminile non sia tuttora propriamente paritaria con quella maschile, anzi, comunque, torniamo al femminismo. Movimento necessario, si, ma totalmente anacronistico e deleterio oggi. E qui non sto parlando di “lotta per i diritti delle donne”. Sto parlando di “dimostro il mio slegarmi dalla supremazia maschile non facendomi i peli, bruciando il reggiseno, grattandomi le palle che non ho”. E no, eh. Sono donna, ho una femminilità, fatemela usare al meglio. E visto che ho anche un cervello, credo di poterci riuscire.
Siamo rimasti ancorati al passato guardandolo in maniera un po’ acritica. E’ facile andare a mitizzare un periodo temporalmente piuttosto vicino a noi, a noi che non ci piacciamo, a noi che non sappiamo più cos’è la collettività e che siamo così infelici, a noi che ci fanno invidia quelle facce sorridenti mentre invadono le strade, mentre stanno nei cortei. Ma vorrei vederne luci e ombre, sono stanca di sentirmi sputare addosso da ex sessantottini o figli di ex sessantottini. Sono stanca di sentirmi dire “si stava meglio quando si stava peggio”.
Nello spettacolo che ho visto ad un certo punto veniva detto che il Sessantotto non è materia di studio nelle scuole, mentre Federico II di Svevia lo è, e ci si questionava se fosse più importante un Fedrico II o un Sessantotto per i giovani alunni. Io non voglio ragionare di importanza, perché i fatti storici, se tali sono, non hanno una gerarchia, hanno un linea temporale. In storia non si parla di importanze. Detto questo, deo gratia che si studia ancora Federico II, che è stato uno dei primi liberi pensatori ed uno dei primi che si è ribellato ad un ordine costituito. E non veniamo col pippone “grazie al cazzo, lui era il re!”. Si, ma non era da tutti farlo.
Il Sessantotto è stato un gran momento, però ora basta. Ora basta vivere nel ricordo. Ora basta dire che la nostra è una generazione inutile, di gente pessima, vuota. Io spezzo una lancia a favore della mia generazione. Loro avevano le speranze, noi la consapevolezza. Loro avevano il mondo da conquistare, noi abbiamo difficoltà a stare a galla. Però in diversi ci rimbocchiamo le maniche, mentre veniamo guardati dall’alto in basso e veniamo accusati di non avere ideali solo perché alle volte abbiamo sostituito alle pure idee un minimo di pragmatismo.
Mi stancano gli stereotipi, mi stanca l’anacronismo. Mi stanca il dover forzosamente aderire a certe visioni per dimostrare che sono parte di qualcosa, per sottolineare un impegno programmatico nella vita.
Rivendico il mio sano diritto a slegarmi dal sessantotto e da tanti dei suoi figli che oggi militano nelle schiere opposte e nel popolo delle così dette libertà. Rivendico il mio diritto di slegarmi dai nipoti del sessantotto, che mi sono stati dieci anni in università col megafonino in mano e poi i più sono stati sistemati dal papà appena discussa la tesi. Rivendico il mio diritto ad adorare il cinema di Eisenstein e Pasolini ma anche il mio diritto ad essere squisitamente futile e a ridere come una matta davanti a Scrubs.
I cuccioli del maggio erano più belli di me. Mi fanno commozione e sana invidia quando vedo le foto. Mi si allarga il cuore quando sento le canzoni, vedo i filmati e mi gusto la produzione cinematografica (nutro dei dubbi su un certo tipo di produzione letteraria, ma questa è deformazione professionale) di quegli anni. Ma ora il complesso di inferiorità verso quegli anni mi sta diventando francamente insostenibile.
Mi verrà il complesso di Edipo, verso il Sessantotto.
(Diffidare sempre da spettacoli che il mio ormai svelato snobismo mi porterebbe ad evitare in partenza)
L’AMANTE PERFETTA
E’ giunta l’ora di affrontare la realtà. Insomma, è giusto guardarsi e capire cosa siamo, e cosa possiamo essere.
Quando ci viene detto che siamo tutti uguali, bisogna drizzare le orecchie e sintonizzare le antennine: grossa stronzata. Non siamo tutti uguali (per fortuna), e non abbiamo tutti le stesse possibilità, le stesse elezioni, le stesse strutture. E il detto volere è potere, a volte non funziona. Spesso si, ma in certi determinati casi no.
E’ giunta l’ora di rompere gli indugi e abbandonare certe visioni di se che non corrispondono a realtà. L’immagine perfettibile dell’amore che io ho, l’immagine da due cuori e una capanna, di due persone che si completano e si compensano, non è quella adatta a me. La realtà è che io per anni ho creduto ad una cosa giusta, bella, meravigliosa, ma che evidentemente mal si adatta alla mia persona.
Tuttora quando ascolto storie di amori dirompenti e di due persone che progettano qualcosa insieme mi vengono gli occhi a cuoricino. Tuttora quando sento storie di splendidi fidanzamenti e gesti signorili e forse anche un po’ di altri tempi come mandare fiori, fare piccoli grandi sacrifici che in altri casi mai si sarebbero fatti, mi sciolgo.
A me il rincoglionimento da amore piace. Ma piace proprio un sacco. Sinceramente se uno mi chiede “ma tu ci credi nel matrimonio?”, io dico di si. Nel matrimonio rigorosamente civile, chiaramente. Ci credo perché è fatica, perché sono quelle cose dove bisogna applicarsi giorno per giorno, bisogna studiarle bene. Se mi si chiede se mi piaccia l’idea di farmi una famiglia, istintivamente rispondo si, perché da inguaribile ultima romantica (o da buon ricettacolo della cultura perbenista, vai a sapere) mi piace tanto l’idea che ci sia qualcuno che è la persona adatta a me che io amerò e di cui amerò anche i difetti senza invece incazzarmi come una iena, di cui mi fiderò e con cui condividerò tutto e con cui sarò talmente incosciente da riprodurmi anche (contando che io sarei veramente un pessimo genitore e metterei al mondo una stirpe di futuri clienti di analisti/psicologi/psichiatri).
Ma poi apro gli occhi. Può piacermi tanto, ma evidentemente io non sono strutturata per cotanta cosa. Insomma, non tutti siamo nati per le relazioni di coppia. Io pensavo che infondo infondo ero una da relazione di coppia. Magari un po’ difficile, ma lavorandoci sopra…Visto il mio disordine sentimentale che regna incontrastato da anni e viste anche le mie passate frequentazioni, mi viene da dire che io non sono fatta per quella cosa. Che continua a piacermi tanto, ma a quanto pare il mio ruolo è un altro.
Insomma, io ho un ruolo, quello dell’amante perfetta: discreta, non rompo le palle, piuttosto indipendente, non faccio scenate ma tendo a defilarmi e, nel caso, a soffrire in silenzio.
Non è che il ruolo di amante mi esalti, ma mi sono ritrovata ricoprirlo più di una volta. All’ inizio dicevo che non avrei saputo stare al mio posto, vista la mia indole permalosa, gelosa, possessiva, incline al rancore e portata alla vendetta. Poi invece mi sa tanto che è la cosa che so fare meglio. Io sono un po’ quella che si può definire “la donna che non impegna”, o meglio del non impegno altrui. Che impegnare impegnerei pure parecchio. Sarà per quello che nessuno si impegna sul serio?
Guardo in retrospettiva: dal santo bevitore, che è fidanzatissimo e sembra felice, ma poi non dimentica il passato e tutte le volte che mi rivede le scova di sottoterra per stare con me e stringermi, all’idraulico che mi corteggia, mi molla perché non è pronto ad una relazione, va a convivere con una e al contempo ritorna a bussare a quest’uscio a scadenze cicliche, e continua a bussare pur avendo io chiuso bene bene la porta. Che ok, non sei male, ci siamo tolti una soddisfazione, ora però basta eh. Che poi annoia pure.
Poi quelli che sono per la comproprietà (di se stessi, mica mia!), uno dei sostenitori taciti di questa tesi è stato l’uomo che più ho amato, o quelli che non sono fidanzati però sono confusi e (in)felici, come l’attore o l’impiegatuccio del catasto, e quindi faccio l’amante lo stesso. Che mica si è amanti solo quando lui è occupato con una donna. Siamo amanti anche quando lui è occupato con tutte le sue emerite stronzate.
Per non parlare di quelli che omettono il piccolo particolare di non essere propriamente uomini liberi per poi essere attanagliati dai sensi di colpa, rinvenendosi di essere fidanzati solo dopo aver terminato la singolar tenzone, e sono preda delle depressioni post-coitum. Una meraviglia, un’esperienza dello spirito che credo per lo più tutte le donne conoscano.
E allora io mi devo ritrovare li, che bestemmio tra i denti l’idiozia dell’uomo che mi trovo nel letto e partecipo pure al suo dolore di giovane Werther, mentre lui sospira il suo malessere di fedifrago comodamente disteso sulle mie tette. Ecco, io sto li a passargli le mani tra i capelli e dirgli con aria di chi capisce il dramma esistenziale del giovanotto - che è sì colto da disperazione e senso di colpa lacrimoso verso la legittima fidanzata, ma non toglie certo le sue mani dai miei fianchi e il naso dalle bocce - che non è nulla, che sono cose che succedono, che nessuno è perfetto e che l’importante è non ferire inutilmente gli altri e che quindi se lo tenesse per se (ma se vomita il suo senso di colpa con me è ovvio che non lo vomiterà sulla fidanzata, insomma, la coscienza gliela sto lavando io), che ci sono cose peggiori, e che non vuole dire niente. Mi è capitato più di una volta di assistere a queste scene.
La prossima volta che succede, chiedo 100 euro. Non per la prestazione sessuale, che è impagabile, ma come parcella per la seduta psicologica post-amplesso.
Ho appena capito che sono del tutto inadatta alla vita e ai rapporti sociali.
Data la mia veneranda età, avrei potuto anche capirlo un po’ prima.