Anno bisesto, anno funesto.
Lo sento dire sempre, e mai tante volte come negli ultimi giorni del 2008. Una serie inquietante di persone che salutavano con tutto l’odio possibile questo anno, adducendo il fatto che avendo quel giorno in più di febbraio, non poteva proprio essere altrimenti.
Sarà che io di anno bisesto ci sono nata, e sono nata proprio di febbraio, ma a me i bisestili non sono mai parsi anni peggiori di altri. Anzi. Forse forse per me sono stati migliori di altri.
Il 2000 lo ricordo con piacere per via di Dublino e dell’università. Il 2004 è stato l’anno della laurea e del conseguente smarrimento (tipo “bene. E ora che diavolo faccio?”), ma lo smarrimento è normale ed io lo considero un anno positivo.
Se devo pensare ad un annus horribilis penso al 2005. Ecco, si, quello lo posso proprio definire un bell’anno di merda, e non starò qui a specificare i motivi (vari e pesanti). Le cose hanno avuto bisogno di tempo per assestarsi ed anche il 2006 non lo ricordo con troppo piacere. Un po’ meglio il 2007, quasi si ricominciasse a risalire la china. Che va bene che quando uno tocca il fondo può sempre trovare una pala e mettersi a scavare, ma insomma…
Il 2008 alla fine è stato l’anno della rinascita. Non pretendo la perfezione, sicuramente ci sono stati momenti pesanti, ma rispetto agli ultimi anni mi par cent’ori. Mi ha portato persone ottime e finalmente ho avuto anche il coraggio di fare un po’ di pulizia. Ce ne fosse.
Il 2008 l’ho salutato lavorando, al freddo del profondo nord, attorniata al solito di turisti, alcuni simpatici, altri meno. Ho litigato con chi lavorava alla reception ed ho tollerato l’autista che faceva delle pesanti avances. L’autista, non l’Autista. C’è una gran bella differenza. Ho finito l’anno ringraziando iddio o chi per lui che nella sala facesse freddo e lui si fosse spostato ad un altro tavolo, che non ne potevo più di sentirmi raccontare le sue imprese sessuali e sentirmi dire che io avrei avuto bisogno di una “lezione”. Pure tu caro mio, ma di buone maniere.
Un cliente alla cena mi saluta dicendomi “lei è proprio una bella donna!”. A me si inchioppa una vena a sentire “donna”. Ero convinta di essere ancora una “ragazza”. Sorrido, ma in realtà la prendo malissimo, e mi metto a pensare che farò la fine di quelle che critico tanto, probabilmente diventerò schiava del botox per nascondere le rughe. Pensavo di prenderlo meglio, l’invecchiamento. Forse è tutta questione di abitudine. Oppure è una meritata punizione che sottostà alla legge del contrappasso.
Mi dicono che il 2009 è l’anno dell’Acquario. Io già mi sono sentita meglio da quando Saturno non ce l’ho più contro; mi dicono che dopo un secolo e mezzo l’acquario non ha più pianeti in opposizione. La mia nota venalità mi spinge subito ad informarmi circa l’ambito professionale ed economico, rivelando così il mio totale disinteresse verso l’ambito affettivo. In quello sono bravissima a fare casini da sola, senza bisogno di previsioni di sorta. Non faccio buoni propositi perché tanto so che sono un’incontinente che non mantiene nulla di quel che si propone e promette, cerco di dire basta ai signor no e ai signor tentenna, forse perché signor tentenna sono diventata io e ne basta uno.
Comincio con una tornata di concertini interessanti, Bobo Rondelli su tutti, purtroppo visto in uno spazio inadatto e popolato da persone irritanti. In realtà era proprio irritante lo spazio in se. Travaso di bile invece nel vedere il Lindo Ferretti in chiesa a fare un recital di una lentezza estenuante. Lo guardo cinque minuti e fuggo via, confessando, quasi in lacrime, all’amica che “io non ce la faccio a vederlo ridotto così!” . Buono Fiumani, ma mi rendo conto di non aver più (o non ho mai avuto) l’età per il delirio di folla e la mischia di spintoni. E’ perché di fondo, sono una snob. Però vengo costantemente sopraffatta dalla bellezza, soprattutto quella terribile e inquieta. L’ultimo che mi ha completamente sopraffatto è stato Donatello, che mi ha steso con
Con quasi venti giorni di ritardo, buon anno, ragazzi.
PRATO E’ UNA STAZIONE SULLA VIA DI FIRENZE
Così l’ha definita un signore greco.
Il greco l’ho conosciuto lavorando, vomitato fuori da una delle navi che affollano il porto di Livorno. Ho conosciuto vari greci e greche. Ne avessi conosciuto uno normale. La stessa cosa la disse un mio amico portoghese che era andato in erasmus ad Atene. “os Gregos sao maluquinhos!”. Come se lui fosse la più centrata delle persone, invece. Lui era uno degli esseri più assurdi che avessi incontrato a Lisbona. E a Lisbona ho un bel campionario di esseri assurdi.
Il signore greco parlava italiano e faceva questione di parlare italiano con me. Arrivati a Firenze i suoi occhi si sono illuminati. Mi ha detto con la voce rotta dalla commozione che lui aveva studiato a Firenze. Era stato in Italia una trentina di anni fa, e ci aveva vissuto per un annetto.
A Firenze studiava architettura. Mi ha chiesto dov’era la facoltà, voleva andare a vederla di nuovo. Si ricordava che era verso belle arti, in centro. Doveva essere in via Alfani, dove ora ci sono dei dipartimenti di lettere e filosofia, la facoltà che ho fatto io.
Era bello vederlo, perché aveva lo stesso sguardo che ho avuto io quando sono tornata in Alfama mentre ero a Lisbona per lavoro ed ho visto il balcone della casa dove abitavo.
Io ed il greco ci capivamo con un’occhiata, quello sguardo di chi ha scelto una seconda patria. La prima se l’è trovata, la seconda se l’è scelta. Quello sguardo colmo d'amore e di ricordi di chi ritorna a casa, la casa che si è scelto, la casa della sua giovinezza, la casa elettiva. Quello sguardo quasi da esule che torna in patria.
Parlavamo di questo nel viaggio verso Pisa e in quel momento gli ho raccontato di Lisbona, ma sembrava che lui lo sapesse già. Mi disse che lui, oltre ad aver studiato a Firenze, aveva abitato a Modena. Ma Firenze gli era rimasta nel cuore. Mi ha chiesto dove abitassi, e quando gli ho detto Prato, ecco che lui ha detto “Prato…Prato, si, me la ricordo. Per me che venivo da Modena è una stazione che c’è prima di Firenze.”
Mi sono chiesta che diavolo di vita era studiare a Firenze e abitare a Modena. Ma forse veniva a Firenze solo per dare gli ultimi esami mentre già lavorava a Modena. Comunque , non era questa la cosa che mi interessava in quel che mi aveva detto.
Mi interessava la percezione che aveva avuto di Prato. Che effettivamente non è niente se non una stazione prima di Firenze sulle linee ferroviarie che uniscono il nord al sud.
Questa stazione prima di Firenze in cui sono capitata a vivere quasi per caso, non avendo famiglia originaria di qui. Questa stazione prima di Firenze che va a finire mi piace anche. Di cui mi sento e non mi sento parte. Io che mi sento parte di qualsiasi città dove abbia vissuto, anche per un brevissimo periodo. Lisbona, Dublino, Londra.
Questa stazione prima di Firenze che mi stringe e mi toglie il fiato, mi soffoca, ma allo stesso tempo mi aspetta e mi accoglie sempre.
Ogni partenza comporta un ritorno. Ed il ritorno è sempre qui. Lo pensavo mentre andavo via, mentre attraversavo l’appennino su un treno e l’ho pensato mentre tornavo. L’Appennino in quel tratto è bello. La vallata ha dei colori splendidi. Mi piacciono infinitamente dei tratti di questa città, bistrattata e conosciuta solo come la città dei cenci prima e dei cinesi dopo, questa città comprata per diciasettemila fiorini da Firenze, una città che è costata ben meno di una Porta del Paradiso. Il Duomo. Piazza Sant’Agostino. San Francesco. Galceti ed il Monteferrato. E la vallata. Vaiano e Vernio. Mi piace anche il rumore dei telai, che ora non si sentono più. Ma lo ricordo bene. Erano telai da tutte le parti. Ci pensavo mentre passavo sopra Vaiano, e mentre il treno correva sopra Vernio pensavo alle domeniche dei poveri passate in Carigiola, a fare il bagno nel fiume perché al mare mi faceva fatica andarci. L’acqua freddissima, il primo sole a colorare la pelle. Ricordo di un’estate finita, mentre mi guardo gli stivali e penso che tornerà il freddo e la pioggia, e le serate nei locali chiusi. E mi intristisce un po’, il pensiero dell’inverno. Estate, sei calda come i baci che ho perduto, cantava Bruno Martino, ma io non odio l’estate. L’estate mi manca già, anche se io me la godo poco.
Sono tornata, avevo veramente bisogno di andare un po’ via. Nel ritorno guardo questa stazione prima di Firenze dall’alto. La accarezzo piano. Ripenso a quella volta che sono tornata davvero e non avrei voluto tornare. L’ho odiata. L’ho odiata profondamente. Mi sono dibattuta tra qui e Lisbona, cercando di vivere qui e li. Ho sempre vissuto tra qui e Lisbona. Ma al ritorno, quello vero, l’avrei rasa al suolo. Poi, col tempo, è passata la rabbia. Poi non si può vivere in due posti. Bisogna sceglierne uno.
E’ capitato così. E’ capitato qui. Non è stata nemmeno una scelta conscia. Ma alla fine, tutto sommato, soppesando quello che ho perso e quello che ho incontrato, è stata la migliore.
Sono tornata. E quando parto vorrei arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile, pur amando profondamente il tempo del viaggio. Il viaggio di ritorno, invece, non è mai lungo abbastanza. Il viaggio di ritorno, che è quella splendida sospensione tra il prima ed il dopo, che è una dimensione spazio-temporale a se stante. Bisognerebbe che durasse un tempo infinito, il viaggio di ritorno.
Finisco di fare la valigia e infilo dentro le ultime scarpe. Poi raccolgo anche le cose che mi devo tenere a portata di mano in borsa: le penne, il moleskine, l’agenda. Visto che si va verso il sud ed il caldo si fa sentire, prendo anche il ventaglio, semplice e bianco. Era di una signora spagnola, un autista lo ritrovò casualmente sul suo pullman dopo una crociera e l’anno scorso, al termine di un tour della Croazia, me lo dette chiosando con un “così quando lo usi mi pensi”. Deve essere per quello che l’ho sempre usato poco. Subito dopo mi invitò a cena, e continuò a ripetere l’invito innumerevoli volte. Mai accettati inviti a cena da parte di autisti, solo per uno ho fatto un’eccezione, l’Autista, ma perché di lui mi posso fidare e perché lui è lui, è un amico.
Ho telefonato al collega a cui do il cambio, mi ha fatto un quadro della situazione e dei problemi in cui posso imbattermi. Bene, sono preparata, mi dico. Ma chi lo sa. Medito di portarmi dietro un po’ di valeriana e camomilla, almeno per cercare di avere sempre il sorriso sulle labbra, cosa abbastanza difficile negli ultimi giorni.
Ho passato il pomeriggio scegliendo i mobili per la casa di un mio amico, e godendo del fatto che in questi orribili posti in stile ikea non ci fosse praticamente nessuno. Lui mi parla dell’Isola d’Elba il 15 di agosto, che brulica di gente ed è roba da matti, da non starci. Io continuo a fare Catone il censore e a dirgli che quel divano no, fa schifo, e quel tavolo pure, e però fermo che t’ho trovato la camera. Gli dico che mi prenderebbero gli istinti omicidi ad essere nel mezzo del casino e che mi piacciono i posti dove c’è gente ma non troppa, che i luoghi troppo affollati mi stanno infastidendo.
Ce ne andiamo in giro per il centro di Prato e penso che è bella, bella da morire così, mezza vuota, senza macchine che passano, con le vie del centro dove finalmente puoi camminare senza essere spinto a destra e sinistra. E penso che anche Firenze è di una bellezza da togliere il fiato ultimamente, ultimamente che si cammina, che non si litiga per attraversare la strada, che se guardi avanti vedi piazze, statue e palazzi, e non una fiumana informe di persone che ondeggiano e ti travolgono. Mi fermo e alzo gli occhi, me la accarezzo ora che si scopre di nuovo invece di passarci frettolosa e con la voglia di uscirne il prima possibile. Firenze sa essere miele, se si ha la pazienza di capirla, e la fortuna di goderla quando è semi vuota. Lo penso, ma lo dico pure ed il mio amico mi guarda stranito, dicendomi che ho un attacco di misantropia piuttosto forte.
“Sei in un momento in cui detesti il prossimo e ti infastidisce il genere umano”. Ma no, non detesto il prossimo in generale. Diversi dei mie prossimi si, ma non tutti.
Faccio lunghi silenzi, anche mentre ceno con lui sul terrazzo. Alla domanda classica “ma cosa c’è? Non è da te, cosa è successo, perché sei così?” rispondo che probabilmente è che sono in preciclo, e lo deve fare. Ma il mio amico mi conosce e bofonchia un si si, ma chi vuoi prendere per il culo, mica è solo quello.
No, infatti mica è solo il preciclo. C’entra la stanchezza. C’entrano delle preoccupazioni lavorative. C’entra il non avere niente da aspettare.
Ultimamente tutta la mia vita è un non sense, un teatro dell’assurdo continuo: succedo cose, poi altre, poi finiscono senza essere cominciate, cominciano senza essere finite, sono lampi e barlumi, ora ci sono, ora non più. Succedono cose ed eventi senza alcuna soluzione di continuità. Sono abituata a lavorare per obiettivi, ed il non averne mi confonde. Basterebbe poco. Che ne so, anche le ferie. Si arriva ad un punto dell’anno in cui si contano i giorni per arrivare alla ferie. Io non so se e quando le farò, che diavolo conto? Mi devo prefiggere sempre dei limiti temporali, o degli obiettivi da raggiungere, per dare un senso a quello che faccio. Ed ora non ne ho. Nemmeno il ritorno a Lisbona mi fa fremere. Anche perché andarci per lavoro è cosa diversa. Ma non mi aspettavo questa mia reazione tiepidina. Almeno per ora. Poi lo so che quando scenderò al Portela, nonostante i clienti, mi prenderà l’euforia e mi sentirò come chi torna a casa e rimpatria dopo anni di forzata emigrazione.
E’ questa non attesa che mi crea apatia e tristezza.
Stavo bene al posto di Giovanni Drogo.
Il tragitto Firenze – Livorno è occupato dalle chiacchiere tra me e l’autista, vertenti soprattutto su the Big Boss. Mi chiede se viene mai a Livorno, se è giovane, vecchio, se lo conosco. The Big Boss a Livorno ci vive, a quanto ho capito, e comunque l’ho visto non poche volte in banchina. Mi chiede che tipo è. Mah, l’unica volta che c’ho parlato è stato perché mi mancava il cartellino e lui mi ha detto “Uè Agnè, vie’ qua che te lo faccio io”. E non sapevo nemmeno che fosse proprio LUI, the Big Boss. Poi l’ho incontrato un’altra volta, in realtà, ad un aperitivo. Una di quelle scene che ghiacciano il sangue.
Era il tempo in cui uscivo con professorino, e mi ero fermata a Livorno per qualche giorno dato il susseguirsi continuo di navi. Dopo l’onorato servizio per la crociera, io e il suddetto decidiamo di andare a fare un giro per la città. Il professorino voleva farmi vedere della parti di Livorno che non conoscevo. E’ adorabile questa cosa, io adoro quando un uomo mi porta in giro e mi mostra cosa che non conosco, mi illustra, mi spiega. Quanto sono didattica, mioddio. Ma è che adoro essere guidata, sarà che io guido gli altri per lavoro. Abbiamo l’impudenza di passare in zona ufficio, ma tanto sono le 8 di sera, chi ci sarà mai in zona ufficio. E invece, spunta una delle cape alle spalle, che con gli occhietti scintillanti ed uno strano sorriso sul volto ci fa “O voi? Che ci fate qui? Noi siamo dentro a prendere un aperitivo, venite!”. Ricordo lo sguardo che ci lanciammo io ed il professorino: terrore. Ma in perfetta comunione di intenti, in due secondi capiamo che è meglio entrare, andare via con improbabili scuse avrebbe dato molto più nell’occhio. Entriamo ed eccoti la parata dell’aperitivo: the Big Boss ed un suo scagnozzo, due cape, il capo guida e alcuni colleghi la cui presenza non ci ha tristemente stupito. I colleghi presenti, detti per la maggior parte “le vipere” (a parte qualcuno) iniziano a cinguettare allusioni. Io vorrei sotterrarmi. Il professorino pure. The Big Boss guarda compiacente e sorride in modo sornione. Meno male il capo guida stempera la raffica di domande tutte vertenti la nuova accoppiata (che ci fai con lui? Non mi dirai che è per caso, vero? Te di Prato qui a Livorno? Da quanto è che va avanti?) offrendoci del vino. Riusciamo a sopravvivere senza troppi danni apparenti per circa un quarto d’ora, poi con una scusa abbastanza demente ce la facciamo a dileguarci. Tanto ormai gli squali avevano mangiato. Però da quel momento e per la fine della stagione pare che the Big Boss abbia calorosamente salutato il professorino battendogli amichevoli pacche sulle spalle, condite sempre con un certo sguardo di intesa del tipo “e bravo!”, come a condividere questa soddisfazione tutta maschile.
Ieri a Livrono tirava libeccio, e molto forte. Raggiungo i colleghi e per qualche interminabile attimo cullo l’ipotesi che la nave non entri in porto. Dalle 6:45 aspettiamo fino alle 8:45 e poi arriva la notizia che tutti temevamo:
A Spezia viene giù il diluvio proprio nella mezz’ora in cui io e altri 10 fortunati stiamo sotto le palme con la paletta in mano ad aspettare che il gruppo scenda dal tender per cominciare a lavorare, dato che l’altra buona notizia è che i tour non vengono affatto modificati. Mi ritrovo ad andare a pranzo a Firenze alle tre, fargli il giro città, dargli il tempo libero, andare a Pisa e tornare a
Guadagno casa alle 1, con venti ore di disco aperto.
Stamani mi alzo non si sa con quale forza dopo le nove, causa giro città a Firenze. Ancora assonnata, monto sul treno e mi tuffo nella lettura. Una giovincella davanti a me passa tutto il tempo (trenta e dico, sottolineo, rimarco, TRENTA minuti) del tragitto a squittire al telefono col fidanzato. Mi viene il prolasso. Mi disturba, io mi devo concentrare e questa mi ferisce l’udito. Per un attimo ho seriamente desiderato che i cellulari non fossero mai stati inventati, seppure siano lavorativamente parlando un gran toccasana. La giovane ed il fidanza si ripetono sempre le stesse cose. Mi chiedo se quando ci si fidanzi ci si rincoglionisca tutti o se questi siano particolarmente dementi. Nell’arco di trenta minuti il poveraccio dall’altro capo del telefono non è mai stato chiamato col suo nome di battesimo ma ben quindicivoltequindici “amore”. Non so perché, ma a me chi abusa della parola amore, non mi ha mai convinto. Mi da tanto l’idea “amore, amore” e poi… Pam parapum papero bòrda in culo. Sarà che l’unico uomo che mi chiamava amore, e con una certa frequenza, m’ha fatto vivere l’inferno. Vorrei andarle davanti e fare una scena madre molto morettiana, dicendole cosa diavolo dici amore ogni due secondi, così me lo svuoti di significato…Le parole sono importanti! E’ come ti amo, ma ti rendi conto dell’universo che c’è dietro? Poi ci ripenso, e mi dico che pure io ho chiamato amore (non con quell’irritante frequenza) una persona e gli ho pure detto ti amo. Mi sento colpevole di leggerezza sotto gli occhi della mia personale inquisizione. Condannata da me medesima.
Poi però penso che l’ho detto in una lingua che non è la mia, quindi infondo, non vale. E mi sento meglio. Salva in extremis.

IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE

La creatività è una grandissima dote, dote che io non mi riconosco poi moltissimo. Noi poveracci, attratti dall’arte ma non artisti, stiamo in quella terra di mezzo in cui guardiamo questo mondo ma non riusciamo a farne parte. E veniamo pure un po’ schifati.
Ci sono svariate sfaccettature, svariate correnti nell’arte. Io amo l’arte figurativa. Adoro la pittura e sono sempre stata buona solo a fare scarabocchi con una matita in mano. Non ho assolutamente alcun senso artistico, figurativamente parlando. La scultura, michelagiolescamente, mi affascina poi ancor di più. Il dare corpo a qualcosa che si libera dalla materia. L’atto creativo supremo. La difficoltà tecnica. Ovviamente io sono un’imbranata cronica ad usare le manine. Amore infinito per il teatro ed il cinema. Da spettatrice. Mi imbarazzerei troppo su un palco. E la musica. La musica. Voce bassa da travestito e suonatrice di chitarra. Lasciato tutto a mezzo perché ero mediocre, ed io o eccelsa o non se ne parla.
E oltretutto provate a vivere il mio dramma: il mio segno è l’acquario. Il segno artistico e creativo per antonomasia. “Uh, sei acquario! Sarai bravissima a disegnare!” “no” “ah, beh, allora ballisuonicanticrei!” “no”. E chiunque mi veda pensa che io sia una persona estrosa e creativa. Vaglielo a spiegare che forse ho un certo estetismo per le cose, ma non si può confondere con estro e creatività.
Insomma, una croce. Diciamocelo, una vera croce. Croce e delizia, nel vero senso della parola.
Che se poi si guarda bene, anche il mio lavoro ha a che fare con l’arte: di arte e storia parlo quando cerco di svelare Firenze agli occhi altrui. E un po’ attori bisogna essere, per cercare di far passare un’impressione, un’emozione, un brivido.
Gira che ti rigira, io dal mondo della creazione artistica, non riesco proprio a starci lontana. Affinità elettiva. Deformazione professionale o di studio, visto che sono laureata in lingue, ma specificatamente in lingua e letteratura portoghese: amici scrittori, poeti, editori.
E dato che alla fine a questo mondo ci son legata (sempre con i debiti distinguo), se penso al mio trascorso lavorativo, posso ritenermi fortunata. Ho lavorato per qualche stagione come sorveglianza in sala del Centro di Arte Contemporanea Luigi Pecci. E che altro avrei potuto fare, io di arte contemporanea non ci intendo niente. Però è servito. L’occhio si abitua anche a quel bello, si trovano regole di armonie nuove. Poi si vedo anche delle belle cagate, secondo il mio parere di non esperta. Però ho avuto l’occasione di vedermi e gustarmi molte mostre. Gustarmele piano, visto che me ne stavo li per lavoro. Guardando ogni pezzo della mostra da ogni angolazione, con ogni diversa illuminazione.
Ho lavorato come maschera al teatro. Mi sono vista tutta una stagione teatrale a ufo, con mia somma gioia. Tra l’altro fortuna vuole che venissi messa quasi sempre al loggione; dal loggione potevo seguire tutto lo spettacolo. Roba che se sei agli ordini, e tutti i palchi sono pieni, non puoi mica. Una goduria, insomma.
E visto che ormai siamo in ballo, balliamo. Mi son fatta tutte le mostre di uno spazio per l’arte curato da un conoscente. Ed una, l’ultima, è stata la più bella. Hanno chiuso col botto. A questo punto aspetto con ansia che riaprano.
L’ ultima mostra era prima di tutto una performance. Si trattava di entrare in quello che era una sorta di ristorante dell’arte. Tre persone ad ogni tavolo, ognuna aveva il suo Menù. Nel menù erano enumerate svariate azioni che sarebbero state fatte dai tre artisti. Ogni azione era una portata ed ogni portata doveva essere pagata creando un disegno o una piccola scultura fatti utilizzando la tovaglietta di carta, oppure lasciando un proprio oggetto. Le creazioni sarebbero state successivamente esposte nella mostra.
Un concetto circolare di arte. Un’arte dove non c’è un creatore che poi diventa fruitore e viceversa. Una performance dove c’è una partecipazione collettiva.
Potevo sottrarmi al brivido di ordinare qualcosa a Cesare Pietroiusti, che girava nella sala con la comanda del ristorante? Ovviamente no. E così, insieme alla Francy e alla Rachele, mi sono seduta ad un tavolo. Ed ho fatto la mia ordinazione: “Cesare ti attribuisce permanentemente un’idea”. Mi ha attribuito un’idea sulla prospettiva in Giorgione. Cosa utilerrima, adesso potrò riutilizzarla davanti a qualche quadro di Giorgione e dire che è un’idea mia. Perché adesso è proprio mia, se l’è segnato anche lui. Era un’idea sua, ma adesso l’ha attribuita a me.
Della serata è stato fatto il video. Ci sono anche io e mi si riconosce. Se siete bravi indovinate anche "l’opera d’arte" con cui ho pagato la mia portata.