PROPORZIONI
Volterra è un luogo dell’anima legato indissolubilmente all’infanzia e al paese sperso nella campagna pisana in cui stanno parte delle mie radici piantate in tanti posti e in nessuno in particolare, il posto in cui passavo tutte le estati e tutti i fine settimana di quel tempo che copre la così detta età dell’innocenza fino all’adolescenza.
Due vie, due chiese, tre negozi, un bar, cinquanta vecchi. Una noia mortale. Nemmeno riuscivo a dormire bene per il troppo silenzio e l’umido devastante. La “metropoli” più vicina: Pontedera, raggiungibile con l’auto o in alternativa con la corriera che passa due volte al giorno (4 se è periodo scolastico).
Non ho grande affetto verso quel paese. La prima cosa che mi viene in mente sono i giorni in cui forzatamente risiedevo li. Sensazione affatto gradevole quella di perdere inutilmente il tempo quando avrei potuto fare altro, o sentirmi parte di qualcosa. Una sensazione di estraneità continua, verso il paese di campagna e per forza di cose anche verso la città in cui rientravo, lontana da tutto l’accaduto dei mesi estivi o dei due giorni liberi dalla scuola.
Però qualcosa rimane, è pur sempre il posto che ho visto fin da bambina. Paradossalmente per me non esiste paesaggio più bello di quello delle colline del Chianti Pisano, tra Lajatico e Volterra, fino a Cascina Terme. Le Dolomiti saranno belle, il Chianti senese sarà bello, ma mai quanto quelle colline vestite di girasoli o vigne, intervallate da cipressi e gialle di grano o marroni di terra rivoltata. Mi piace percorrerle lungo le strade interne, ché quel paesaggio dalle grandi arterie non lo si vede. E gli odori di erbe, di sterpaglia umida o bruciata. E’ un senso di tranquillità benevola che mi pervade quando passo di li e so di non dovermi fermare per forza.
Mentre attraverso quei posti, penso che per apprezzarli devo stargli lontana. Sembra il leit motiv della mia vita: apprezzare solo ciò che è lontano.
Volterra era il posto dove andavo sempre, tutte le estati, anche solo per una mezza giornata. Volterra era una sorta di pellegrinaggio assimilabile a quello di mio nonno a Montenero: ci andava ogni anno, una visita veloce, ma doveva andarci.
Mi piaceva andare al teatro romano, girellare per le vie strette del paese, buttarmi nelle (nella?) librerie che trovavo e uscirne carica di libri, vedere le balze e Ombra della Sera. Sono affezionata a Ombra della Sera, lunga lunga e magrissima, un specie di filo dotato di braccia, gambe e testa. Mi veniva raccontata una storia circa questo bronzetto etrusco, che non riesco a ricordare bene…Parlava di un uomo molto basso di statura che soffriva molto per questo, e viveva sempre nascosto, fino a quando non si accorse che al calar della sera la sua ombra era molto lunga, e non si sarebbe potuto indovinare la sua vera altezza. Si dice allora che l’uomo in questione, forte dello stratagemma che aveva trovato, invitò la ragazza di cui era innamorato ad un colloquio parlandole nascosto, lasciando intravedere la sua ombra. Ma per la sua voglia di impressionarla, vedendo che indietreggiando l’ombra si allungava, indietreggiò talmente tanto da cadere dalle balze.
Non ho idea se questa storia sia vera o meno, e non mi interessa nemmeno saperlo. Non mi interessa che sia parte della tradizione del posto, è parte della mia personalissima tradizione.
Tornare a Volterra anni dopo ha significato confrontarla con l’immagine che avevo stampata nella mente, immagine che si legava a quei tempi passati, di caldi e assolati pomeriggi estivi in una sperduta località di campagna, senza nemmeno il mare a due passi.
La piazza dei Priori si è rimpicciolita. La ricordavo più grande, più ariosa. La piazza è la stessa di tanti anni fa, sono sicura. Ma gli spazi sono più stretti, come se i palazzi fossero avanzati, avessero chiuso le vie, tolto il respiro alla piazza. Probabilmente sono solo i ricordi della percezione spaziale di un bambino, diversa da quella di un adulto.
Quasi rimpiango di esserci tornata. L’immagine che avevo si sovrappone con quella reale. Avrei dovuto tenermi il ricordo, superiore, forse per affetto, a quello che è il vero.
Mi sono messa a setacciare i negozi di alabastro alla ricerca di orecchini, oggetto comprato forse l’ultima volta che ero stata li. Ne ho avuti almeno 3 paia: piccole lastre di alabastro tagliate in varie forme, una sicuramente era una goccia; alcune erano decorate, altre no. Nessun superstite: le lastre di alabastro sono fragili, basta che cadano a terra e si spezzano. La mia innata grazia di ragazzina non è riuscita a salvare gli orecchini al loro tristo destino
Li ho trovati: bianchi e lisci, come marmo, ma quasi trasparenti in alcuni punti tanto da far passare la luce. L’alabastro è una sorta di velo di tulle davanti agli occhi. Erano a goccia. Ma non in lastra, una goccia a tutto tondo. Dopo quindici anni trovarli uguali a quelli perduti era forse chiedere troppo. Un po’come chiedere alla piazza di non cambiare proporzioni, invece di contrarsi su se stessa come ha fatto.
Roma è bella sempre, vista da un motorino ancora di più. Sarà che da un motorino non l’avevo mai vista. Vista dalla macchina, dai tram, dalle passeggiate a piedi, ma non da un motorino.
Cosce al vento in pieno gennaio, appiccicata a Dariuska, mi sento un po’ Audrey in Vacanze Romane. Anche se lei le cosce al vento, da vera signora, non le aveva.
Nonostante la stagione monsonica che l’ha colpita, Roma sfoggia un cielo limpido e una temperatura clemente. Al primo risveglio nella capitale, guardo istintivamente il cielo ed esclamo solo “che bello, è azzurro”, come facevo a Lisbona. Come faccio con Lisbona faccio con Roma, starei ore a guardarla. Mi piace in tutto, pure le periferie squallide mi piacciono.
E mentre sono sul motorino non mi stanco di guardare da un lato e dall’altro, riempiendomi gli occhi di tutto, che tutto mi piace. Anche passare dall’Olivetti, che è uno scempio alla città, ma appena dietro si apre la bellezza e la sobrietà del Campidoglio, solo inizialmente nascosta da quel mostro bianco. Praticamente uno vede prima l’orrore, poi si ritempra.
I pini, i colli, l’antico ed il moderno messi insieme, il sacro ed il profano, le strade dissestate, le vie ribaltate per cambiare i bocchettoni del gas, i tram che si scontrano, il traffico spaventoso.
E la romanità, che è così differente dal mio modo di essere e di fare. Per quanto vicini, hanno poco a che vedere con i toscani, in particolare con i fiorentini. Una cordialità, un calore umano, una disposizione al sorriso e alla battuta che qui non riscontro. Sarà davvero che allora noi siamo nordici? Da noi l’aria di quartiere, di rione, non c’è. Qui c’è l’individualismo più sfrenato, anche se spesso apprezzo la famosa volontà di “farsi i cazzi propri” che c’è da queste parti. Ho un rispetto infinito per il privato degli altri: qui non si insite, non ci si prendono confidenze, si mantengono le distanze. Siamo davvero più vicini ai milanesi che ai romani? La cosa mi fa un po’effetto, ma forse si. Che poi questo culto del privato c’è in apparenza, la tendenza al pettegolezzo è forte pure da queste parti.
Manca il sorriso la mattina, quando entri nel bar a prendere il caffé. Il più delle volte sembra che tu stia rompendo le scatole al gestore, e quando c’è gentilezza mi stupisco quasi. Manca quella voglia di prendere in giro, quella attitudine allo scherzo, quella confidenza presa anche se non vuoi darla. Sono la prima a non prendermi confidenze, a rimanere al mio posto, a sorridere educatamente ma senza una parola in più o in meno. Una cordialità fredda e distaccata. Sarà che vengo scambiata per slava, sarà che sono un po’ snob, sarà che forse sono davvero fredda, in prima istanza. Una questione di educazione, mi è sempre stato detto. E rimango sorpresa, spiazzata, quando trovo qualcuno che invece dice una parola in più, stupita da un atteggiamento diverso. Sarà la diffidenza. Mi ci vuole tempo, poi rispondo sulla stessa scia. E’che la cortesia, il sorriso allo sconosciuto, il prendersi delle confidenze non fanno parte della gente di qui. Per questo stranisco molto qui, meno a Roma.
Alla fine mette bene il barista settantenne del bar in cui entriamo due minuti prima della chiusura, e che invece di infamarci ci saluta col suo “Digaaaaaaaaaaaaa”, guardando il gruppo formato da me, Giò e Dariuska, ex stagisti di Ambasciata ed Istituto Italiano a Lisbona, di nuovo insieme dopo oltre tre anni. Un gruppo formato da una di Latina, residente da anni a Roma, uno di Foggia che ha vissuto diversi anni a Milano ed ora residente a Roma ed una toscana che parla un pratese – fiorentino – pisese (pisano e livornese) che a Roma non ci risiede e sostiene che le piacerebbe, probabilmente perché è l’unica a non abitarci, visto che gli altri due meditano la fuga dalla città. Ripensandoci forse non potrei sopportarla, visto che mi infastidisce il traffico di Firenze.
Ma infondo l’andarci solo a volte rispecchia appieno la mia personalissima teoria, che dice che bisogna tenersi a debita distanza da ciò che desideriamo, dal bello, dal piacere e dall’anelato, perché una volta raggiunto questo non è più così irresistibile, perché se si potesse godere tutti i giorni del bello, del desiderato e del piacere, poi ci risulterebbe insopportabile. Verrebbero fuori i difetti. Per questo ho la mia teoria del desiderio che mi impedisce di realizzare a pieno quello che vorrei.
Certo che dobbiamo essere buffi, di nuovo insieme tre anni dopo, e sembra siano passati due giorni. Dobbiamo essere buffi agli occhi dei gestori ed i clienti del ristorante eritreo, tre seduti ad un tavolo che ridono ininterrottamente per quindici minuti sul niente, su parole non capite e sul fatto che ci troviamo mentalmente peggiorati e ne siamo anche fieri. Si, saremo anche buffi, ma sempre meno della camicia del gestore e del cappotto zebrato di un’avventrice, però.
Mentre torniamo a casa, di nuovo sul motorino, di nuovo con le cosce al vento e la gonna impregnata dell’umido caduto sulla sella penso che ammiro da morire Dariuska e la sua voglia di mettersi continuamente in gioco, di non fermarsi, di fare pacchi e pacchetti ed andarsene sei mesi in Spagna, per poi tornare in Italia ma non si sa bene dove, mentre programma dottorati negli Stati Uniti e salti nel buio in Australia. Io invece non ho più voglia di impacchettare cose per sei mesi e poi tornare qui, non ho più voglia di cose a tempo. Non dovessi obbligatoriamente tornare, forse partirei, ma ormai sono legata a doppio filo a Firenze, mio malgrado. Forse mi hanno stancato tutti i traslochi finiti male a Lisbona. Forse mi lascio sempre guidare da un briciolo di follia, ma non così tanta, o ultimamente cerco di tenerla un po’a freno, la follia. Ma cosa sarebbe la mia vita senza un pochino, almeno un pochino di follia che ogni tanto prende il sopravvento?
La mattina mi sono svegliata, e dall’alto ho guardato un cielo di nuovo azzurro ed i tetti di Roma coperti di sole. C’era una temperatura ingentilita, nemmeno troppo invernale, sicuramente più mite di quella che ho ritrovato alcune ore dopo a Firenze. Ho guardato i tetti, ho sentito improvvisamente gli occhi lucidi. Si, c’è poco da dire. Roma è proprio maggica.
L’ultimo saluto a Lisbona è stato, come sempre, sorprendente.
La mia amante ritrosa e arrabbiata mi si è negata per giorni, si è nascosta. Non mi ha guardato, girando dall’altra parte il volto e nascondendomi i suoi occhi, azzurri, come il suo cielo, come il suo fiume, come l’oceano. Lei, vestita di bianco, come i suoi marmi, e di rosso, come il suo ponte. Per la prima volta, dopo sette anni che la frequento, ho avuto una sensazione di estraneità. Ho dovuto riguadagnarmela. Alla fine si, erano quasi due anni che non ci vedevamo. Togliamo i due giorni di agosto, quelli non contano. Non contano in questo incontro. E dopo due anni, l’amante abbandonata si è vendicata. Ma alla fine si è arresa. O forse chissà, si è vendicata in modo ancora più sottile: si è voltata, e mi ha dato l’ultimo infinito bacio che solo lei sa dare, regalandomi, dopo giorni di pioggia e grandine, il più grandioso cielo mai visto, di un azzurro intenso e forte. Non ci si stanca di guardarlo, quel cielo. Quel colore che solo li esiste. E la luce. La luce calda del sole tardo, a lumeggiare di oro i palazzi ordinati della baixa pombalina, le case arroccate sulle colline della Mouraria, i resti sublimi del Convento do Carmo. Si è messa il vestito più bello, il profumo più soave e mi ha dato quel bacio che sa di addio e sa di “adesso non mi dimenticherai mai”.
Ma chi la può dimenticare? Chi dimentica il suo respiro? Chi dimentica che in mezzo alla Praça do Commercio, la piazza più grande del mondo contando che il suo quarto lato è il Tejo, la piazza dove l’azzurro del cielo e quello del fiume si toccano e si confondono, ho aperto le braccia per toccare l’infinito?
Lisbona, quel posto dove mi sento e non mi sento a casa, dove tre giorni fa ho detto per la prima volta “non so se adesso sarei capace di vivere qui”, quel posto che mi rigenera sempre, e mi fa tornare il sorriso nonostante tutto. Quel posto dove per una settimana mi sono aggirata con un’aria insolitamente francese, col mio cappellino di lana verde azzurro, quel posto che mi ha sorpreso con un freddo totalmente inaspettato, con le sue case vecchie e senza riscaldamento.
Lisbona, che ho trovato invecchiata, come sono invecchiata io. Lisbona che bene o male, è sempre la stessa. Le stesse persone, gli stessi rituali, a volte profondamente irritanti. A Lisbona sembra che a volte il tempo si fermi: un’immutabilità e un’immobilità che mi rinfrancano. Sono le contraddizioni che ci accomunano: io che non riesco a stare ferma, che sembro sempre un fiume in piena, poi ho un terrore disastroso di qualsiasi cambiamento. Di fondo sono un’abitudinaria, io che odio le abitudini e non sopporto la routine. Ma è come se dovessi avere delle piccole cose, che stanno ferme, almeno loro, a darmi fiducia. Degli appigli, forse. Dei punti a cui aggrapparmi.
Lisbona, dove l’impossibile non è contemplato, dove il caso è giocato da lei; lei sola tiene in mano i fili del destino. Lisbona, che mi regala un’ultima notte infinita e bianca, che mi fa pensare a quanto il caso sia “engraçado”, se così vogliamo dire, o a quanto forse lanci messaggi che poi non vogliamo intendere. Che mi fa dire che tutto, almeno li, è possibile, e che veramente, a volte, il tempo, gli anni che passano non contano niente. Quel che deve accadere accade, diceva una canzone.
L’ho accarezzata con lo sguardo un’ultima volta dall’aereo, vedendola diventare sempre più piccola, quasi una miniatura di se stessa, e mi sono chiesta come si possa non amarla. Come si possa restare indifferenti a lei, che abbraccia l’oceano. E ho ripensato a perché io abbia desistito, perché io abbia abdicato, rinunciando a vivere non li quanto a vivere del Portogallo, di quella lingua che amo e che è esteticamente bella, di quella cultura ricca e fiera, di quello sguardo costantemente puntato verso l’ignoto che è tipico del popolo portoghese, vivere di quei tratti tutti loro, del mare, della scoperta, del rimpianto. Ci pensavo con un po’di tristezza durante la cena col giovane scrittore e gli altri professori e critici, sentendomi così lontana da quel mondo che era mio, un tempo.
Ci pensavo, mentre assaporava la solita tristezza che mi prende quando sono sull’aereo e la guardo dall’alto, Lisbona. Mentre penso che vorrei andare in qualsiasi posto che non sia questo dove sono tornata adesso, mentre mi tenevo stretta la calma, il rilassamento mentale che lei mi ha dato e allo stesso tempo già mi preoccupavo per quello che avrei ritrovato qui. Succede sempre così: le ultime due notti che passo a Lisbona vado a letto e finisco sempre per sognare quello che mi aspetta in Italia: i problemi, le ansie, le dinamiche stanche e quasi ineluttabili che io rimetto sempre in moto.
Ci pensavo, mentre l’aereo ultrapassava le nuvole che coprivano l’azzurro forte del cielo di Lisbona. Che Lisbona ha brillato il giorno prima, nel giorno dell’addio.
PRATO E’ UNA STAZIONE SULLA VIA DI FIRENZE
Così l’ha definita un signore greco.
Il greco l’ho conosciuto lavorando, vomitato fuori da una delle navi che affollano il porto di Livorno. Ho conosciuto vari greci e greche. Ne avessi conosciuto uno normale. La stessa cosa la disse un mio amico portoghese che era andato in erasmus ad Atene. “os Gregos sao maluquinhos!”. Come se lui fosse la più centrata delle persone, invece. Lui era uno degli esseri più assurdi che avessi incontrato a Lisbona. E a Lisbona ho un bel campionario di esseri assurdi.
Il signore greco parlava italiano e faceva questione di parlare italiano con me. Arrivati a Firenze i suoi occhi si sono illuminati. Mi ha detto con la voce rotta dalla commozione che lui aveva studiato a Firenze. Era stato in Italia una trentina di anni fa, e ci aveva vissuto per un annetto.
A Firenze studiava architettura. Mi ha chiesto dov’era la facoltà, voleva andare a vederla di nuovo. Si ricordava che era verso belle arti, in centro. Doveva essere in via Alfani, dove ora ci sono dei dipartimenti di lettere e filosofia, la facoltà che ho fatto io.
Era bello vederlo, perché aveva lo stesso sguardo che ho avuto io quando sono tornata in Alfama mentre ero a Lisbona per lavoro ed ho visto il balcone della casa dove abitavo.
Io ed il greco ci capivamo con un’occhiata, quello sguardo di chi ha scelto una seconda patria. La prima se l’è trovata, la seconda se l’è scelta. Quello sguardo colmo d'amore e di ricordi di chi ritorna a casa, la casa che si è scelto, la casa della sua giovinezza, la casa elettiva. Quello sguardo quasi da esule che torna in patria.
Parlavamo di questo nel viaggio verso Pisa e in quel momento gli ho raccontato di Lisbona, ma sembrava che lui lo sapesse già. Mi disse che lui, oltre ad aver studiato a Firenze, aveva abitato a Modena. Ma Firenze gli era rimasta nel cuore. Mi ha chiesto dove abitassi, e quando gli ho detto Prato, ecco che lui ha detto “Prato…Prato, si, me la ricordo. Per me che venivo da Modena è una stazione che c’è prima di Firenze.”
Mi sono chiesta che diavolo di vita era studiare a Firenze e abitare a Modena. Ma forse veniva a Firenze solo per dare gli ultimi esami mentre già lavorava a Modena. Comunque , non era questa la cosa che mi interessava in quel che mi aveva detto.
Mi interessava la percezione che aveva avuto di Prato. Che effettivamente non è niente se non una stazione prima di Firenze sulle linee ferroviarie che uniscono il nord al sud.
Questa stazione prima di Firenze in cui sono capitata a vivere quasi per caso, non avendo famiglia originaria di qui. Questa stazione prima di Firenze che va a finire mi piace anche. Di cui mi sento e non mi sento parte. Io che mi sento parte di qualsiasi città dove abbia vissuto, anche per un brevissimo periodo. Lisbona, Dublino, Londra.
Questa stazione prima di Firenze che mi stringe e mi toglie il fiato, mi soffoca, ma allo stesso tempo mi aspetta e mi accoglie sempre.
Ogni partenza comporta un ritorno. Ed il ritorno è sempre qui. Lo pensavo mentre andavo via, mentre attraversavo l’appennino su un treno e l’ho pensato mentre tornavo. L’Appennino in quel tratto è bello. La vallata ha dei colori splendidi. Mi piacciono infinitamente dei tratti di questa città, bistrattata e conosciuta solo come la città dei cenci prima e dei cinesi dopo, questa città comprata per diciasettemila fiorini da Firenze, una città che è costata ben meno di una Porta del Paradiso. Il Duomo. Piazza Sant’Agostino. San Francesco. Galceti ed il Monteferrato. E la vallata. Vaiano e Vernio. Mi piace anche il rumore dei telai, che ora non si sentono più. Ma lo ricordo bene. Erano telai da tutte le parti. Ci pensavo mentre passavo sopra Vaiano, e mentre il treno correva sopra Vernio pensavo alle domeniche dei poveri passate in Carigiola, a fare il bagno nel fiume perché al mare mi faceva fatica andarci. L’acqua freddissima, il primo sole a colorare la pelle. Ricordo di un’estate finita, mentre mi guardo gli stivali e penso che tornerà il freddo e la pioggia, e le serate nei locali chiusi. E mi intristisce un po’, il pensiero dell’inverno. Estate, sei calda come i baci che ho perduto, cantava Bruno Martino, ma io non odio l’estate. L’estate mi manca già, anche se io me la godo poco.
Sono tornata, avevo veramente bisogno di andare un po’ via. Nel ritorno guardo questa stazione prima di Firenze dall’alto. La accarezzo piano. Ripenso a quella volta che sono tornata davvero e non avrei voluto tornare. L’ho odiata. L’ho odiata profondamente. Mi sono dibattuta tra qui e Lisbona, cercando di vivere qui e li. Ho sempre vissuto tra qui e Lisbona. Ma al ritorno, quello vero, l’avrei rasa al suolo. Poi, col tempo, è passata la rabbia. Poi non si può vivere in due posti. Bisogna sceglierne uno.
E’ capitato così. E’ capitato qui. Non è stata nemmeno una scelta conscia. Ma alla fine, tutto sommato, soppesando quello che ho perso e quello che ho incontrato, è stata la migliore.
Sono tornata. E quando parto vorrei arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile, pur amando profondamente il tempo del viaggio. Il viaggio di ritorno, invece, non è mai lungo abbastanza. Il viaggio di ritorno, che è quella splendida sospensione tra il prima ed il dopo, che è una dimensione spazio-temporale a se stante. Bisognerebbe che durasse un tempo infinito, il viaggio di ritorno.