L’AMANTE PERFETTA
E’ giunta l’ora di affrontare la realtà. Insomma, è giusto guardarsi e capire cosa siamo, e cosa possiamo essere.
Quando ci viene detto che siamo tutti uguali, bisogna drizzare le orecchie e sintonizzare le antennine: grossa stronzata. Non siamo tutti uguali (per fortuna), e non abbiamo tutti le stesse possibilità, le stesse elezioni, le stesse strutture. E il detto volere è potere, a volte non funziona. Spesso si, ma in certi determinati casi no.
E’ giunta l’ora di rompere gli indugi e abbandonare certe visioni di se che non corrispondono a realtà. L’immagine perfettibile dell’amore che io ho, l’immagine da due cuori e una capanna, di due persone che si completano e si compensano, non è quella adatta a me. La realtà è che io per anni ho creduto ad una cosa giusta, bella, meravigliosa, ma che evidentemente mal si adatta alla mia persona.
Tuttora quando ascolto storie di amori dirompenti e di due persone che progettano qualcosa insieme mi vengono gli occhi a cuoricino. Tuttora quando sento storie di splendidi fidanzamenti e gesti signorili e forse anche un po’ di altri tempi come mandare fiori, fare piccoli grandi sacrifici che in altri casi mai si sarebbero fatti, mi sciolgo.
A me il rincoglionimento da amore piace. Ma piace proprio un sacco. Sinceramente se uno mi chiede “ma tu ci credi nel matrimonio?”, io dico di si. Nel matrimonio rigorosamente civile, chiaramente. Ci credo perché è fatica, perché sono quelle cose dove bisogna applicarsi giorno per giorno, bisogna studiarle bene. Se mi si chiede se mi piaccia l’idea di farmi una famiglia, istintivamente rispondo si, perché da inguaribile ultima romantica (o da buon ricettacolo della cultura perbenista, vai a sapere) mi piace tanto l’idea che ci sia qualcuno che è la persona adatta a me che io amerò e di cui amerò anche i difetti senza invece incazzarmi come una iena, di cui mi fiderò e con cui condividerò tutto e con cui sarò talmente incosciente da riprodurmi anche (contando che io sarei veramente un pessimo genitore e metterei al mondo una stirpe di futuri clienti di analisti/psicologi/psichiatri).
Ma poi apro gli occhi. Può piacermi tanto, ma evidentemente io non sono strutturata per cotanta cosa. Insomma, non tutti siamo nati per le relazioni di coppia. Io pensavo che infondo infondo ero una da relazione di coppia. Magari un po’ difficile, ma lavorandoci sopra…Visto il mio disordine sentimentale che regna incontrastato da anni e viste anche le mie passate frequentazioni, mi viene da dire che io non sono fatta per quella cosa. Che continua a piacermi tanto, ma a quanto pare il mio ruolo è un altro.
Insomma, io ho un ruolo, quello dell’amante perfetta: discreta, non rompo le palle, piuttosto indipendente, non faccio scenate ma tendo a defilarmi e, nel caso, a soffrire in silenzio.
Non è che il ruolo di amante mi esalti, ma mi sono ritrovata ricoprirlo più di una volta. All’ inizio dicevo che non avrei saputo stare al mio posto, vista la mia indole permalosa, gelosa, possessiva, incline al rancore e portata alla vendetta. Poi invece mi sa tanto che è la cosa che so fare meglio. Io sono un po’ quella che si può definire “la donna che non impegna”, o meglio del non impegno altrui. Che impegnare impegnerei pure parecchio. Sarà per quello che nessuno si impegna sul serio?
Guardo in retrospettiva: dal santo bevitore, che è fidanzatissimo e sembra felice, ma poi non dimentica il passato e tutte le volte che mi rivede le scova di sottoterra per stare con me e stringermi, all’idraulico che mi corteggia, mi molla perché non è pronto ad una relazione, va a convivere con una e al contempo ritorna a bussare a quest’uscio a scadenze cicliche, e continua a bussare pur avendo io chiuso bene bene la porta. Che ok, non sei male, ci siamo tolti una soddisfazione, ora però basta eh. Che poi annoia pure.
Poi quelli che sono per la comproprietà (di se stessi, mica mia!), uno dei sostenitori taciti di questa tesi è stato l’uomo che più ho amato, o quelli che non sono fidanzati però sono confusi e (in)felici, come l’attore o l’impiegatuccio del catasto, e quindi faccio l’amante lo stesso. Che mica si è amanti solo quando lui è occupato con una donna. Siamo amanti anche quando lui è occupato con tutte le sue emerite stronzate.
Per non parlare di quelli che omettono il piccolo particolare di non essere propriamente uomini liberi per poi essere attanagliati dai sensi di colpa, rinvenendosi di essere fidanzati solo dopo aver terminato la singolar tenzone, e sono preda delle depressioni post-coitum. Una meraviglia, un’esperienza dello spirito che credo per lo più tutte le donne conoscano.
E allora io mi devo ritrovare li, che bestemmio tra i denti l’idiozia dell’uomo che mi trovo nel letto e partecipo pure al suo dolore di giovane Werther, mentre lui sospira il suo malessere di fedifrago comodamente disteso sulle mie tette. Ecco, io sto li a passargli le mani tra i capelli e dirgli con aria di chi capisce il dramma esistenziale del giovanotto - che è sì colto da disperazione e senso di colpa lacrimoso verso la legittima fidanzata, ma non toglie certo le sue mani dai miei fianchi e il naso dalle bocce - che non è nulla, che sono cose che succedono, che nessuno è perfetto e che l’importante è non ferire inutilmente gli altri e che quindi se lo tenesse per se (ma se vomita il suo senso di colpa con me è ovvio che non lo vomiterà sulla fidanzata, insomma, la coscienza gliela sto lavando io), che ci sono cose peggiori, e che non vuole dire niente. Mi è capitato più di una volta di assistere a queste scene.
La prossima volta che succede, chiedo 100 euro. Non per la prestazione sessuale, che è impagabile, ma come parcella per la seduta psicologica post-amplesso.
Le gambe che tremano, la testa in bambola, l’occhio perso e la bocca semi aperta. Insomma, al mio solito avevo sfoggiato una delle mie più intelligenti espressioni.
Per due anni penso di aver trovato le scuse più infime per andare dal fratello della mia amica, con la speranza di vedere Magnolia in classe, per due anni ho passato l’intervallo transumando davanti alla loro aula (ma sempre con molta discrezione), e per due anni tutte le volte che me lo trovavo davanti mi sarei voluta sotterrare. A quattordici anni non ero il massimo dell’avvenenza e nemmeno dell’intraprendenza, diciamocelo. Non che ora in quanto a intraprendenza si sciali, ma insomma. Almeno un po’ di goffaggine è andata.
Ricordo che al diciottesimo del famoso fratello dell’amica, il giovane genio volle pure presentarmelo, di forza. Uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita. Magnolia lo ricordo benissimo, aveva un maglioncino con scollo a V color salmone. Io di me ricordo solo che avevo in mano il cd dei Pink Floyd che dovevo dare all’amico di cui sopra. Magnolia si complimenta per il mio gusto musicale, io devo aver risposto qualcosa (di molto breve e poco intelligente) e con una scusa qualsiasi sono letteralmente fuggita dileguandomi tra le persone.
Magnolia durante i due anni di liceo che ci hanno visto uniti nella stessa scuola, ovviamente, non mi ha mai considerato manco di striscio. Ed io lo guardavo da lontano e sospiravo.
Magnolia l’ho sempre rivisto in giro, quando più quando meno, visto che è il front man di un gruppo che suona piuttosto spesso. Il suo gruppo è interessante, lui scrive le canzoni e ne cura i testi onirici e surreali, imbevuti di citazioni colte. Ha la voce un po’ alta (ma io lo dico perché sono una patita di voci basse) ma bella, un bel timbro, una bella intensità e sul palco è proprio bravo.
Magnolia l’ho sempre trovato un bel tipo, è ancora alto e magro, non ha più i capelli lunghi, li ha tagliati, ma gli sono rimasti gli occhioni azzurri ed il viso d’angelo, e dimostra meno dei suoi ormai quasi trentuno anni. Che a pensarci bene sono tutte cose che su di me non dovrebbero avere alcuna presa, visto che io sono amante dell’uomo mediterraneo, dei lineamenti forti e tutt’altro che angelici e soprattutto ho una discreta passione per i vecchi. Ma sarà che era il mio amore dei quattordici anni e che forse meditativo vendetta tremenda vendetta, io gli ho sempre portato un certo affetto e su di me ha sempre esercitato un certo fascino.
Magnolia è stato una delle mie meteore invernali. Ci siamo conosciuti ad una festa (no, sarebbe meglio dire che lui ha conosciuto me, perché io, chi fosse lui, lo sapevo benissimo!) e siamo usciti insieme qualche tempo. L’emozione di vedere il tuo amore dei quattordici anni che ora è li che ti chiama e che è lui che vuole vederti, che è lui che ti guarda imbambolato, pensare a come è strana la vita ed il gioco degli incontri che si ripropone quasi quattordici anni dopo. Le cene a casa sua (adoro un uomo che cucina per me), le discussioni di ore sulla seconda guerra mondiale e la resistenza, sui film di Pasolini, le citazioni di Landolfi. Poi io ho attuato una delle mie celeberrime fughe.
E ieri sera l’ho incontrato casualmente. Sempre molto carino, di modi e di persona. Mi è venuto a salutare con una sorriso splendido, mi ha abbracciato e mi guardava con gli occhi che brillavano. Ecco. Ma perché? No, perché tu, mio caro Magnolia, che sei intelligente, che sei così amorevole e dedito, che tutte le volte che mi vedi pare che tu abbia una visione mistica, che mi guardi e mi fai sentire l’unica donna per te esistente in tutto l’universo, insomma, perché tu che sei così creativo, ed anche interessante, tu che tieni le piccole cose che ti ho dato come fossero gioielli preziosi, tu che sei riuscito a capire una parte del mio mondo, insomma, tu che sei pieno di fantastici pregi, tu che hai solo un difetto…ma perchè quel difetto deve consistere nell’essere completamente FOLLE E FUORI DI TESTA????
(No, poi dice “perché hai cassato pure questo?”…)
Il tragitto Firenze – Livorno è occupato dalle chiacchiere tra me e l’autista, vertenti soprattutto su the Big Boss. Mi chiede se viene mai a Livorno, se è giovane, vecchio, se lo conosco. The Big Boss a Livorno ci vive, a quanto ho capito, e comunque l’ho visto non poche volte in banchina. Mi chiede che tipo è. Mah, l’unica volta che c’ho parlato è stato perché mi mancava il cartellino e lui mi ha detto “Uè Agnè, vie’ qua che te lo faccio io”. E non sapevo nemmeno che fosse proprio LUI, the Big Boss. Poi l’ho incontrato un’altra volta, in realtà, ad un aperitivo. Una di quelle scene che ghiacciano il sangue.
Era il tempo in cui uscivo con professorino, e mi ero fermata a Livorno per qualche giorno dato il susseguirsi continuo di navi. Dopo l’onorato servizio per la crociera, io e il suddetto decidiamo di andare a fare un giro per la città. Il professorino voleva farmi vedere della parti di Livorno che non conoscevo. E’ adorabile questa cosa, io adoro quando un uomo mi porta in giro e mi mostra cosa che non conosco, mi illustra, mi spiega. Quanto sono didattica, mioddio. Ma è che adoro essere guidata, sarà che io guido gli altri per lavoro. Abbiamo l’impudenza di passare in zona ufficio, ma tanto sono le 8 di sera, chi ci sarà mai in zona ufficio. E invece, spunta una delle cape alle spalle, che con gli occhietti scintillanti ed uno strano sorriso sul volto ci fa “O voi? Che ci fate qui? Noi siamo dentro a prendere un aperitivo, venite!”. Ricordo lo sguardo che ci lanciammo io ed il professorino: terrore. Ma in perfetta comunione di intenti, in due secondi capiamo che è meglio entrare, andare via con improbabili scuse avrebbe dato molto più nell’occhio. Entriamo ed eccoti la parata dell’aperitivo: the Big Boss ed un suo scagnozzo, due cape, il capo guida e alcuni colleghi la cui presenza non ci ha tristemente stupito. I colleghi presenti, detti per la maggior parte “le vipere” (a parte qualcuno) iniziano a cinguettare allusioni. Io vorrei sotterrarmi. Il professorino pure. The Big Boss guarda compiacente e sorride in modo sornione. Meno male il capo guida stempera la raffica di domande tutte vertenti la nuova accoppiata (che ci fai con lui? Non mi dirai che è per caso, vero? Te di Prato qui a Livorno? Da quanto è che va avanti?) offrendoci del vino. Riusciamo a sopravvivere senza troppi danni apparenti per circa un quarto d’ora, poi con una scusa abbastanza demente ce la facciamo a dileguarci. Tanto ormai gli squali avevano mangiato. Però da quel momento e per la fine della stagione pare che the Big Boss abbia calorosamente salutato il professorino battendogli amichevoli pacche sulle spalle, condite sempre con un certo sguardo di intesa del tipo “e bravo!”, come a condividere questa soddisfazione tutta maschile.
Ieri a Livrono tirava libeccio, e molto forte. Raggiungo i colleghi e per qualche interminabile attimo cullo l’ipotesi che la nave non entri in porto. Dalle 6:45 aspettiamo fino alle 8:45 e poi arriva la notizia che tutti temevamo:
A Spezia viene giù il diluvio proprio nella mezz’ora in cui io e altri 10 fortunati stiamo sotto le palme con la paletta in mano ad aspettare che il gruppo scenda dal tender per cominciare a lavorare, dato che l’altra buona notizia è che i tour non vengono affatto modificati. Mi ritrovo ad andare a pranzo a Firenze alle tre, fargli il giro città, dargli il tempo libero, andare a Pisa e tornare a
Guadagno casa alle 1, con venti ore di disco aperto.
Stamani mi alzo non si sa con quale forza dopo le nove, causa giro città a Firenze. Ancora assonnata, monto sul treno e mi tuffo nella lettura. Una giovincella davanti a me passa tutto il tempo (trenta e dico, sottolineo, rimarco, TRENTA minuti) del tragitto a squittire al telefono col fidanzato. Mi viene il prolasso. Mi disturba, io mi devo concentrare e questa mi ferisce l’udito. Per un attimo ho seriamente desiderato che i cellulari non fossero mai stati inventati, seppure siano lavorativamente parlando un gran toccasana. La giovane ed il fidanza si ripetono sempre le stesse cose. Mi chiedo se quando ci si fidanzi ci si rincoglionisca tutti o se questi siano particolarmente dementi. Nell’arco di trenta minuti il poveraccio dall’altro capo del telefono non è mai stato chiamato col suo nome di battesimo ma ben quindicivoltequindici “amore”. Non so perché, ma a me chi abusa della parola amore, non mi ha mai convinto. Mi da tanto l’idea “amore, amore” e poi… Pam parapum papero bòrda in culo. Sarà che l’unico uomo che mi chiamava amore, e con una certa frequenza, m’ha fatto vivere l’inferno. Vorrei andarle davanti e fare una scena madre molto morettiana, dicendole cosa diavolo dici amore ogni due secondi, così me lo svuoti di significato…Le parole sono importanti! E’ come ti amo, ma ti rendi conto dell’universo che c’è dietro? Poi ci ripenso, e mi dico che pure io ho chiamato amore (non con quell’irritante frequenza) una persona e gli ho pure detto ti amo. Mi sento colpevole di leggerezza sotto gli occhi della mia personale inquisizione. Condannata da me medesima.
Poi però penso che l’ho detto in una lingua che non è la mia, quindi infondo, non vale. E mi sento meglio. Salva in extremis.
ESSERE SPORTIVI
I rapporti interpersonali sono sempre più difficili. Non c’è più quella che io chiamo la sana mezza misura. O vai in posti dove la gente cordialmente si ignora, o vai in posti dove c’è il tartassio continuo.
Ciò che ultimamente mi stupisce sempre più è il modo in cui ci si approccia alle persone, si prova a conoscerle e la maturità estrema nell’accettare un possibile “no”. Anche perché, figlio caro, non puoi pretendere che tutte ti vadano sempre bene: insomma, hai il 50% di possibilità che l’imbrocco vada a buon fine come il 50% che la cosa non vada bene. E’ statistica. E’ matematica. E’caso. E’ culo, forse.
Una serie di casi mi ha portato ad analizzare la situazione e sono arrivata alla conclusione che la gente poco sportiva o la becco tutta io o ne è pieno il mondo e sono molto più frequenti di quello che pensassi. Si, perché alla fine si tratta anche di essere un po’ sportivi: vedi, piace, provi, va male, chissenefrega. Cioè, se vuoi imprechi per 3 ore di fila contro chi ha osato non soccombere al tuo fascino, ma lo fai NELLA TUA MACCHINA, coi i TUOI AMICI, non davanti la fanciullina in questione. Insomma, sii splendido, sii. Fai il signore. Mostra il tuo migliore sorriso, mentre batti in ritirata. Sappi che verrai apprezzato per questo.
Inoltre, il non sportivo, consta di due categorie: chi la butta sul tragico e chi la butta sull’aggressività più barbara.
Quando ci si scontra svariate volte con i non sportivi garantisco che una inizia ad avere delle crisi di identità ed a mettere in dubbio alcune cose basilari della propria vita, chiedendosi se ciò che lei reputa semplice educazione sia interpretabile come un chiaro segno di approvazione (direi di no), se il fatto di parlare amenamente con una persona senza mandarla a quel paese o distruggerla con un’occhiata solo perché ti parla e a te non piace sia interpretabile come un chiaro ed assoluto segno di disponibilità al fidanzamento e/o al sesso selvaggio (ma anche qui direi di no).
Dunque, si usa dire che il medico pietoso fece la piaga puzzolente. Ma mi chiedo, bisogna arrivare all’aggressività, alla cattiveria o alla brutalità, sennò non si capisce? E poi lamentiamoci che le ragazze oggi non parlano e se la tirano! Ora, diverse lo fanno anche, ma a questo punto inizio a farlo anche io, se tutte le volte che interagisco in modo credo piuttosto neutro devo essere presa a male parole o messa in croce perché non mi innamoro perdutamente (seduta stante, per altro) del mio interlocutore.
Io non ho problemi a parlare con le persone. Mi piace fare conversazione, mi piace conoscere gente, mi piace lo scambio di idee, mi piace la conversazione simpatica e divertente. Poi, quando magari mi accorgo che dall’altra parte l’interesse trascende il semplice parlare o la conoscenza amichevole, cerco di far capire, cortesemente, che a me andare oltre non mi interessa. Che non c’è trippa pe’gatti, insomma. Essendo io una persona che ha sofferto per amore o infatuzione, e essendo una che i suoi rifiuti se li è presi (e diversi, pure), so che piacevole non è, so che non fanno piacere, almeno li per li, e allora cerco di indorare la pillola, o meglio, di non essere stronza. Poi se non capisci, figlio caro, problema tuo.
Inoltre io mi chiedo: ma è possibile prenderla così sul personale, soprattutto tenendo conto che la persona in questione è la prima volta in vita tua che la vedi? Se ti sei fissato, non è colpa mia. E’un tuo problema, e non voglio farmene carico. Ho già i miei, di problemi.
Ho una discreta (purtroppo) esperienza con questi personaggi non sportivi. Nel versante “drammatico” ne ho conosciuti vari. E forse sono i peggiori, perché strascicano. Perché sono duri a morire. Perché fanno leva sull’atavico senso di colpa: “oddio, me tapino, come faccio, sei cattiva che non vuoi uscire con me, ah, sei cattiva che mi fai perdere tempo, io te l’ho già chiesto tante volte e te niente…cattiva, cattiva!!”
Ora, io lo dico per il bene di tutti e perché sia chiaro una volta per tutte: l’insistenza è il verso migliore per far scappare una persona, specialmente una donna. Se la donna temporeggia, mollate la presa. Se vuole sarà poi lei a farsi sentire. Inoltre esistono anche degli impegni, nella vita. Ci sono dei momenti in cui una persona ha da fare. E bisogna anche capirli, questi momenti. Non inveirci contro, non far sentire in colpa la giovincella. E veramente: non insistiamo.
Ho incontrato un tipo una volta che mi ha ammorbato la vita per qualche mese. E m’aveva visto una sola volta in vita sua. Io mi domando e dico: possibile che non puoi vivere senza di me? Non è credibile. Non mi tempestare di telefonate. Ma io mi chiedo, ma anche il tuo orgoglio, dove finisce?
Capiamoci, è capitato anche a me. Mi è capitato di infatuarmi di una persona e quella persona non considerarmi minimamente. Capita. Sculo. Mi è capitato di interagirci, essere cercata dalla persona in questione, vedere che fa di tutto per uscire con te e poi vederla sparire senza motivo. Si, non ci si rimane bene, ma sono ampiamente sopravvissuta. Insomma, non muoio se non rivedo un tipo che ho conosciuto ad una festa. O se ci esco una volta, gli mando un sms e non mi risponde. Si campa uguale. Certo, se sparisce dall’oggi al domani qualcuno che frequento da tempo, il discorso è differente. Ma una persona che ho visto una sola volta in vita mia…Posso sopravvivere.
Di norma non insisto: se ti chiamo e non mi rispondi, non insisto. Perché prima o poi vedrai la telefonata, e se non mi vuoi sentire, perché insistere? Considerando che ti ho visto 1 volta e con te ho scambiato 2 battute ad una festa, senza aver mai avuto con te nessun contatto precedente, beh, sopravvivo, si. Ma poniamo il fatto che la cosa mi infastidisca. Ma col piffero che lo vado a dire al signorino!! Ma me la tengo per me, non gli do certo queste soddisfazioni. E se per caso ti incontro di nuovo, sfodero il mio migliore sorriso e la migliore delle simpatie, primo perché ti deve rodere da morire quello che ti sei perso, secondo perché non mi hai mica fatto chissà quale male, non è che mi hai mollato in malo modo davanti all’altare. Insomma, cerchiamo di dare alle cose, anche alle comprensibilissime delusioni, il valore che hanno.
E vogliamo parlare di quelli che invece aggrediscono? Per lo meno sono veloci e quasi indolori. Ieri sera un tizio ha tirato un calcio alla mia amica con l’intento di attirare la sua attenzione. Lei giustamente si è girata pure un po’ incazzata. Non so, la prossima volta iniziamo a sputare in faccia alla gente che reputiamo interessante per attirarne l’attenzione. Il giovanotto ha avuto la bell’idea di intavolare con lei una discussione e farle una parte perché è troppo aggressiva, andandosene inviperito perché lei non ha voluto lasciargli il numero di telefono. No, sei, un genio. Lascia che te lo dica.
Sempre ieri uno si fa avanti, parliamo, fai i complimenti, ringrazio e morta li. Non mi pare proprio di aver dato adito al pensiero “Ah, lei già mi adora”. Quando attacca col rivedersi glisso che in quel posto ci sono tutte le domeniche. Un modo gentile per evitare di darti il numero. Quando declino un invito dicendo che la mia amica mi aspetta vengo apostrofata con un incazzatissimo “si si, vai vai, divertiti con la tua amica!”. Oh!!!Ma stiamo scherzando?
Per non parlare di un tipo che ha apostrofato me ed una mia amica “facce di merda” solo perché abbiamo parlato tranquillamente con lui ed il suo amico senza poi dare seguito alla cosa scambiando il numero di telefono. Ma parlare non vuol dire per forza rivedersi e scambiarsi il numero di telefono. Parlare non vuol dire per forza che mi piaci. Parlare non vuol dire facciamo sesso. Parlare è parlare. Ed il fatto che tu perda del tempo dietro di me non è un qualcosa che ti assicura che io esca con te almeno per educazione.
Ma prenderla sportivamente è così difficile? Ma noi signorine, allora, che diavolo di atteggiamento dobbiamo avere verso i maschietti? Ma li incontro tutti io (e le mie amiche) questi personaggi?
A questo punto ripenso ad un tipo che ho conosciuto sabato sera, parlando casualmente di rock ‘n’ roll. Ci presentiamo, la butta li sullo “Spero di rivederti”, io sorrido cortesemente con un “si, magari ci ribecchiamo qui” e lui altrettanto cortesemente sorride e risponde, senza odio negli occhi, senza insistenze, senza faccia a cane bastonato: “guarda, è stato veramente un piacere parlare con te! Alla prossima!”.
Ecco. Un ragazzo educato. Un signore, mi tocca dire. Cento punti a te, caro ragazzo. Mi chiedo se sia così difficile comportarsi in questo modo, che secondo me è il modo normale di approcciare ad una persona, di sondare il terreno senza pretese. Poi magari mi ha maledetto fino alla settima generazione. Ma per lo meno ha avuto l’intelligenza di non farlo davanti a me, evitando così di sembrare un pazzo furioso.