Il Sessantotto, adesso, ha proprio rotto le palle.
Non se ne può più. Di cuccioli del maggio, di meglio gioventù, di una generazione che ha cambiato il mondo. Non se ne può più di zecche che vivono nella mitizzazione del passato vedendo come perfettibili anche quegli aspetti e quelle esagerazioni che erano connaturate al movimento, che erano comprensibili, ma che insomma, proprio proprio bene non hanno fatto.
Sono reduce da uno spettacolo teatrale sul Sessantotto. Mi ha irritato la ridondanza che si fa di quegli anni. Del trito e ritrito, detto e ridetto.
Io ormai quando sento che la tematica di un testo, di un film, di una canzone è il Sessantotto sento un brivido gelido corrermi giù lungo la schiena; no, che poi io sono anche una di quelle che ha fatto le manifestazioni, ha occupato l’università ed il rettorato, ha sbattuto la porta in faccia al rettore, ha fatto casino all’apertura dell’anno accademico…Insomma, il mio passato da “sovversiva” (come disse uno psicologo a cui dovevo tradurre un articolo in inglese) ce l’ho.
Guardo le facce degli studenti del maggio francese: sono belli, che sono felici, che sono pieni. Ma mi sono rotta le palle di considerarli per forza di cose meglio della mia generazione.
Penso alle conquiste del Sessantotto, all’università libera, alla liberazione femminile e femminista, alla rivoluzione culturale e di costume che c’è stata, ma penso anche che alla fine la vince la mediazione: si parte da un punto A, si va verso il punto B che per reazione è l’opposto, e dopo si conciliano le posizioni in un punto C che sta a metà tra A e B.
Insomma prendiamo il femminismo: utile, ci voleva ai tempi. A parte il fatto che sono dell’idea che la condizione femminile non sia tuttora propriamente paritaria con quella maschile, anzi, comunque, torniamo al femminismo. Movimento necessario, si, ma totalmente anacronistico e deleterio oggi. E qui non sto parlando di “lotta per i diritti delle donne”. Sto parlando di “dimostro il mio slegarmi dalla supremazia maschile non facendomi i peli, bruciando il reggiseno, grattandomi le palle che non ho”. E no, eh. Sono donna, ho una femminilità, fatemela usare al meglio. E visto che ho anche un cervello, credo di poterci riuscire.
Siamo rimasti ancorati al passato guardandolo in maniera un po’ acritica. E’ facile andare a mitizzare un periodo temporalmente piuttosto vicino a noi, a noi che non ci piacciamo, a noi che non sappiamo più cos’è la collettività e che siamo così infelici, a noi che ci fanno invidia quelle facce sorridenti mentre invadono le strade, mentre stanno nei cortei. Ma vorrei vederne luci e ombre, sono stanca di sentirmi sputare addosso da ex sessantottini o figli di ex sessantottini. Sono stanca di sentirmi dire “si stava meglio quando si stava peggio”.
Nello spettacolo che ho visto ad un certo punto veniva detto che il Sessantotto non è materia di studio nelle scuole, mentre Federico II di Svevia lo è, e ci si questionava se fosse più importante un Fedrico II o un Sessantotto per i giovani alunni. Io non voglio ragionare di importanza, perché i fatti storici, se tali sono, non hanno una gerarchia, hanno un linea temporale. In storia non si parla di importanze. Detto questo, deo gratia che si studia ancora Federico II, che è stato uno dei primi liberi pensatori ed uno dei primi che si è ribellato ad un ordine costituito. E non veniamo col pippone “grazie al cazzo, lui era il re!”. Si, ma non era da tutti farlo.
Il Sessantotto è stato un gran momento, però ora basta. Ora basta vivere nel ricordo. Ora basta dire che la nostra è una generazione inutile, di gente pessima, vuota. Io spezzo una lancia a favore della mia generazione. Loro avevano le speranze, noi la consapevolezza. Loro avevano il mondo da conquistare, noi abbiamo difficoltà a stare a galla. Però in diversi ci rimbocchiamo le maniche, mentre veniamo guardati dall’alto in basso e veniamo accusati di non avere ideali solo perché alle volte abbiamo sostituito alle pure idee un minimo di pragmatismo.
Mi stancano gli stereotipi, mi stanca l’anacronismo. Mi stanca il dover forzosamente aderire a certe visioni per dimostrare che sono parte di qualcosa, per sottolineare un impegno programmatico nella vita.
Rivendico il mio sano diritto a slegarmi dal sessantotto e da tanti dei suoi figli che oggi militano nelle schiere opposte e nel popolo delle così dette libertà. Rivendico il mio diritto di slegarmi dai nipoti del sessantotto, che mi sono stati dieci anni in università col megafonino in mano e poi i più sono stati sistemati dal papà appena discussa la tesi. Rivendico il mio diritto ad adorare il cinema di Eisenstein e Pasolini ma anche il mio diritto ad essere squisitamente futile e a ridere come una matta davanti a Scrubs.
I cuccioli del maggio erano più belli di me. Mi fanno commozione e sana invidia quando vedo le foto. Mi si allarga il cuore quando sento le canzoni, vedo i filmati e mi gusto la produzione cinematografica (nutro dei dubbi su un certo tipo di produzione letteraria, ma questa è deformazione professionale) di quegli anni. Ma ora il complesso di inferiorità verso quegli anni mi sta diventando francamente insostenibile.
Mi verrà il complesso di Edipo, verso il Sessantotto.
(Diffidare sempre da spettacoli che il mio ormai svelato snobismo mi porterebbe ad evitare in partenza)
IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE

La creatività è una grandissima dote, dote che io non mi riconosco poi moltissimo. Noi poveracci, attratti dall’arte ma non artisti, stiamo in quella terra di mezzo in cui guardiamo questo mondo ma non riusciamo a farne parte. E veniamo pure un po’ schifati.
Ci sono svariate sfaccettature, svariate correnti nell’arte. Io amo l’arte figurativa. Adoro la pittura e sono sempre stata buona solo a fare scarabocchi con una matita in mano. Non ho assolutamente alcun senso artistico, figurativamente parlando. La scultura, michelagiolescamente, mi affascina poi ancor di più. Il dare corpo a qualcosa che si libera dalla materia. L’atto creativo supremo. La difficoltà tecnica. Ovviamente io sono un’imbranata cronica ad usare le manine. Amore infinito per il teatro ed il cinema. Da spettatrice. Mi imbarazzerei troppo su un palco. E la musica. La musica. Voce bassa da travestito e suonatrice di chitarra. Lasciato tutto a mezzo perché ero mediocre, ed io o eccelsa o non se ne parla.
E oltretutto provate a vivere il mio dramma: il mio segno è l’acquario. Il segno artistico e creativo per antonomasia. “Uh, sei acquario! Sarai bravissima a disegnare!” “no” “ah, beh, allora ballisuonicanticrei!” “no”. E chiunque mi veda pensa che io sia una persona estrosa e creativa. Vaglielo a spiegare che forse ho un certo estetismo per le cose, ma non si può confondere con estro e creatività.
Insomma, una croce. Diciamocelo, una vera croce. Croce e delizia, nel vero senso della parola.
Che se poi si guarda bene, anche il mio lavoro ha a che fare con l’arte: di arte e storia parlo quando cerco di svelare Firenze agli occhi altrui. E un po’ attori bisogna essere, per cercare di far passare un’impressione, un’emozione, un brivido.
Gira che ti rigira, io dal mondo della creazione artistica, non riesco proprio a starci lontana. Affinità elettiva. Deformazione professionale o di studio, visto che sono laureata in lingue, ma specificatamente in lingua e letteratura portoghese: amici scrittori, poeti, editori.
E dato che alla fine a questo mondo ci son legata (sempre con i debiti distinguo), se penso al mio trascorso lavorativo, posso ritenermi fortunata. Ho lavorato per qualche stagione come sorveglianza in sala del Centro di Arte Contemporanea Luigi Pecci. E che altro avrei potuto fare, io di arte contemporanea non ci intendo niente. Però è servito. L’occhio si abitua anche a quel bello, si trovano regole di armonie nuove. Poi si vedo anche delle belle cagate, secondo il mio parere di non esperta. Però ho avuto l’occasione di vedermi e gustarmi molte mostre. Gustarmele piano, visto che me ne stavo li per lavoro. Guardando ogni pezzo della mostra da ogni angolazione, con ogni diversa illuminazione.
Ho lavorato come maschera al teatro. Mi sono vista tutta una stagione teatrale a ufo, con mia somma gioia. Tra l’altro fortuna vuole che venissi messa quasi sempre al loggione; dal loggione potevo seguire tutto lo spettacolo. Roba che se sei agli ordini, e tutti i palchi sono pieni, non puoi mica. Una goduria, insomma.
E visto che ormai siamo in ballo, balliamo. Mi son fatta tutte le mostre di uno spazio per l’arte curato da un conoscente. Ed una, l’ultima, è stata la più bella. Hanno chiuso col botto. A questo punto aspetto con ansia che riaprano.
L’ ultima mostra era prima di tutto una performance. Si trattava di entrare in quello che era una sorta di ristorante dell’arte. Tre persone ad ogni tavolo, ognuna aveva il suo Menù. Nel menù erano enumerate svariate azioni che sarebbero state fatte dai tre artisti. Ogni azione era una portata ed ogni portata doveva essere pagata creando un disegno o una piccola scultura fatti utilizzando la tovaglietta di carta, oppure lasciando un proprio oggetto. Le creazioni sarebbero state successivamente esposte nella mostra.
Un concetto circolare di arte. Un’arte dove non c’è un creatore che poi diventa fruitore e viceversa. Una performance dove c’è una partecipazione collettiva.
Potevo sottrarmi al brivido di ordinare qualcosa a Cesare Pietroiusti, che girava nella sala con la comanda del ristorante? Ovviamente no. E così, insieme alla Francy e alla Rachele, mi sono seduta ad un tavolo. Ed ho fatto la mia ordinazione: “Cesare ti attribuisce permanentemente un’idea”. Mi ha attribuito un’idea sulla prospettiva in Giorgione. Cosa utilerrima, adesso potrò riutilizzarla davanti a qualche quadro di Giorgione e dire che è un’idea mia. Perché adesso è proprio mia, se l’è segnato anche lui. Era un’idea sua, ma adesso l’ha attribuita a me.
Della serata è stato fatto il video. Ci sono anche io e mi si riconosce. Se siete bravi indovinate anche "l’opera d’arte" con cui ho pagato la mia portata.
PENSIERI ESTEMPORANEI
Quando ascolto Serge Gainsbourg mi torna improvvisamente voglia di riprendere in mano il francese.
ADIUS (Piero Ciampi)
Il tuo viso esiste fresco
mentre una sera scende dolce
sul porto.
Tu mi manchi molto,
ogni ora di più.
La tua assenza è un assedio
ma ti chiedo una tregua
prima dell'attacco finale
perchè un cuore giace inerte
rossastro sulla strada
e un gatto se lo mangia
tra gente indifferente
ma non sono io,
sono gli altri.
E così...
Vuoi stare vicina? nooo?
Ma vaffanculo. Ma vaffanculo.
Sono quarant'anni che ti voglio dire... ma vaffanculo.
Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma vaffanculo.
Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e
tu mi dici di no? Ma vaffanculo. Sai che cosa ti dico? va-ffan-culo. Te,
gli intellettuali e i pirati. Vaffanculo. Vaffanculo .
Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba?
Perché io sono bello, sono bellissimo, e dove vai? Ma vaffanculo. E
non ridere, non conosci l'educazione, eh? Portami
una sedia, e vattene.
E' un genio. E' un genio. Piero Ciampi era ed è una spanna sopra!
SALOME’ TORNA A DANZARE

Fatemi inorgoglire un po’ di questa città.
Questa città post – industriale, questa città dove per lo più sono capitata per caso, io fiorentina di nascita e con un ramo familiare fiorentino e l’altro pisano. Prato è capitata un po’ così. Poteva andare indubbiamente meglio. Ma anche peggio, diciamocelo.
Prato è una città che ho sempre un po’subito. Più che altro ne subivo il tessuto sociale tutt’altro che edificante e la mentalità piccolo – borghese, nonché il suo complesso di inferiorità verso Firenze. Città di industrialotti che devono sempre dimostrare ai cugini che risiedono in riva all’Arno che pure loro hanno una ben precisa dignità. E che sono stanchi di essere guardati dall’alto in basso. Io non ho grande simpatia per il pratese medio, ma devo riconoscergli operosità e forza di volontà. Insomma, ci vuole stoffa per trasformare in oro gli stracci. Poi non guardiamo che la generazione degli uomini operosi è finita e adesso abbiamo i dilapidatori di patrimoni in auto lussuose o case al mare.
Che poi è un posto che potenzialità ne ha. Sono i personaggi che mi lasciano e mi hanno sempre lasciato un po’ perplessa: qui oscilliamo tra pottini-fighetti-20-lampade-al-giorno-fisicaccio-e-depilazione-totale agli artistoidi-spocchiosetti-che-me-la-tiro-e-ti-guardo-dall’-alto-in-basso-perché- io-sono-artista-e-so-fare-tutto-e-soffro-e-sono-creativo-mentre-tu-stronza-che-non-crei-no-sarai-mai-alla-mia-altezza. Ma vaffanculo, tu e la tua arte di merda.
Io sono sicura che c’è qualche pratese normale. Lo so. Solo che si nasconde bene.
Prato è universalmente (s)conosciuta come città industriale. Il suo skyline è rappresentato dalle ciminiere delle fabbriche tessili. Va anche capita. Non può certo reggere il passo con
Il centro di Prato è graziosissimo. Piccolo, ma ben tenuto e con monumenti di grande rilievo. Abituata come sono a vederlo tutti i giorni, non lo avevo mai notato. Sono stati i miei amici e/o fidanzati forestieri a farmi notare che il centro storico di Prato è bello. Ed effettivamente il Palazzo dei Priori in piazza del Comune è un edificio splendido. La sua commistioni di stili e la sua imponenza sono una vera e propria meraviglia. Li davanti c’è la statua di Datini, scambiata da un mio ex fidanzatino lombardo-veneto, detto Brianza in onore al suo loco di residenza, per la statua di Dante.
”Uè, ma chi l’è? L’è il Dante?”
”Eh, no, in realtà no…Quello è Marco Datini…”
”Ma chi l’è il Marco Datini?”
”Ragionier Pirletti, Datini era un mercante…E ha inventato la cambiale”
A Brianza brillano gli occhi. Quasi si commuove. E’inestasi: “Io voglio la statua di questo sant’uomo anche al mio paese. E davanti voglio la statua di quello che ha inventato il nero!”
A volte basta poco a far felici le persone...
Continuando in questa città abbiamo un duomo di tutto rispetto: una delle più belle facciate romaniche che ci siano in Italia. Obiettivamente deturpata dall’orologio messo al posto del rosone.
E poi c’è lui. Il mio amore. Il castello. Il Castello dell’Imperatore fu costruito da Federico II. E’ l’unico esempio di arte Federiciana che abbiamo nel centro nord. E’ un logo splendido. Prima i suoi prati erano noto loco di ritrovo e buco per i drogoni, poi per fortuna è stato ripulito. Ora sinceramente non so dove si riuniscano i drogoni. Non che mi interessi. A me interessa del castello di Federico, fondamentalmente.
Soprattutto qui a Prato abbiamo un capolavoro. Abbiamo un ciclo di affreschi di una grazia incredibile. Gli affreschi di Filippo Lippi, che dopo sei anni di restauri sono tornati a brillare.
Io li vedo come l’ennesima dichiarazione di amore per la bella Lucrezia Buti. E’ proprio qui a prato che Frà Filippo la incontra e se ne innamora. Lei, la donna che lui aveva sempre ritratto nei suoi lavori, ora appare. Esiste. E’ viva. E’ una monaca. Non certo per scelta o vocazione. Filippo è un carmelitano. Il suo punto debole, guarda un po’, è l’altro sesso. Ne è sempre stato attratto. Lo si capisce dai suoi lavori. Dalle sua forme morbide ed eleganti, da quella sottile malinconia che fa male d’amore che vela ogni sua opera. Li c’è passione, c’è fuco, fuoco vero che brucia, c’è carne, carne vista, accarezzata, sentita, odorata.
E Lucrezia viene liberata dalle sue vesti di monaca e danza, leggera ed elegante, al banchetto d’Erode. Lucrezia è una Salomè piena di grazia, con l’incedere di un angelo. L’angelo che vuole le labbra di Jochanan.
Per sei anni ci sono stati dei lunghi teli bianchi dietro l’altare. Per sei anni le storie del Battista e di santo Stefano sono state precluse agli occhi. Per sei anni c’è stato uno scrupoloso lavoro per riportare allo splendore iniziale gli affreschi su cui il tempo e altri infelici restauri precedenti avevano fatto il loro lavoro di impoverimento.
Io Salomè ho avuto la fortuna di vederla danzare da vicino. Mi sono trovata gli occhi di Lucrezia davanti ai miei, quando sono salita sui ponteggi dei restauri.
Adesso quei teli bianchi sono stati rimossi. E Salomè è tornata a danzare per tutti. Il simbolo di questa città non si cela più, e torna vivo in tutta la sua bellezza infinita. Venite a vederla, perchè ne vale veramente la pena.
Appena tornata dal cinema. Da sola, come accade sempre più spesso. Il cinema da sola mi piace. Specialmente se, come stasera, vado nel mio cinema preferito. E' il Terminale. Lo adoro. Sarà perchè è appiccicato al circolo Arci. Sarà perchè è uno dei pochi cinema dove non passano megaproduzioni che sbancano al botteghino, ma passano veramente dei bei film. Sarà perchè è un cinema un po'scrauso. Uno stanzone. File di poltroncine anche piuttosto scomode, direi. E io lo amo per questo. Per le sue poltrone scomode, per quell'aria di cinema di terz'ordine (ma di primissimo per quello che proiettano), per il barettino che ha, per il tipo che sta alla cassa (ne ignoro il nome, ma ha partecipato anche a dei corti...Mi fa tanta simpatia quel signore!), perchè c'è sempre poca gente e mi sento un po'a casa.
E' che per me il Terminale è un cinema con l'anima. Le multisale, con le loro poltrone in pelle umana, comodissime ed ergonomiche, con i posti precisi che non te li puoi scegliere (e neanche darti del coglione perchè sei arrivato tardi e quindi ti tocca un posto di merda...Al massimo inveisci contro il computer che ti ha asegnato quel posto e non quell'altro...ditemi voi che soddisfazione ci si trova...), con i loro megaschermi e i bar ultrafunzionali, mi sembrano fredde e anonime. Nonostante i loro tappeti e moquettes coloratissime. Il Terminale, senza tappeti, senza moquettes, con la sala spoglia, è un posto caldo che ti abbraccia. Anche se quando esco di li ho la schiena spezzata e un attacco di torgicollo. E' un po'come il cinema Nimas a Lisbona. Brutto come il peccato, ma io lo adoro.
E stasera il Terminale mi ha proposto Lynch. Finalmente sono riuscita a vedere Inland Empire. Ormai avevo perso la speranza. Non ce l'avevo fatta ad andare al cinema quando era in programmazione. E invece il santo Terminale il lunedi sera mi propone il "fuori orario", tipo le seconde visioni.
Lynch è il solito, meraviglioso, inquietantissimo tirp mentale. Le scene che si ripetono, gli ambienti scuri, I suoi colori e le musiche...
La scena dei titoli di coda, poi, vale di per se il biglietto e le 3 ore di film.
April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
T. S. Eliot - The Waste Land