L’ultimo saluto a Lisbona è stato, come sempre, sorprendente.
La mia amante ritrosa e arrabbiata mi si è negata per giorni, si è nascosta. Non mi ha guardato, girando dall’altra parte il volto e nascondendomi i suoi occhi, azzurri, come il suo cielo, come il suo fiume, come l’oceano. Lei, vestita di bianco, come i suoi marmi, e di rosso, come il suo ponte. Per la prima volta, dopo sette anni che la frequento, ho avuto una sensazione di estraneità. Ho dovuto riguadagnarmela. Alla fine si, erano quasi due anni che non ci vedevamo. Togliamo i due giorni di agosto, quelli non contano. Non contano in questo incontro. E dopo due anni, l’amante abbandonata si è vendicata. Ma alla fine si è arresa. O forse chissà, si è vendicata in modo ancora più sottile: si è voltata, e mi ha dato l’ultimo infinito bacio che solo lei sa dare, regalandomi, dopo giorni di pioggia e grandine, il più grandioso cielo mai visto, di un azzurro intenso e forte. Non ci si stanca di guardarlo, quel cielo. Quel colore che solo li esiste. E la luce. La luce calda del sole tardo, a lumeggiare di oro i palazzi ordinati della baixa pombalina, le case arroccate sulle colline della Mouraria, i resti sublimi del Convento do Carmo. Si è messa il vestito più bello, il profumo più soave e mi ha dato quel bacio che sa di addio e sa di “adesso non mi dimenticherai mai”.
Ma chi la può dimenticare? Chi dimentica il suo respiro? Chi dimentica che in mezzo alla Praça do Commercio, la piazza più grande del mondo contando che il suo quarto lato è il Tejo, la piazza dove l’azzurro del cielo e quello del fiume si toccano e si confondono, ho aperto le braccia per toccare l’infinito?
Lisbona, quel posto dove mi sento e non mi sento a casa, dove tre giorni fa ho detto per la prima volta “non so se adesso sarei capace di vivere qui”, quel posto che mi rigenera sempre, e mi fa tornare il sorriso nonostante tutto. Quel posto dove per una settimana mi sono aggirata con un’aria insolitamente francese, col mio cappellino di lana verde azzurro, quel posto che mi ha sorpreso con un freddo totalmente inaspettato, con le sue case vecchie e senza riscaldamento.
Lisbona, che ho trovato invecchiata, come sono invecchiata io. Lisbona che bene o male, è sempre la stessa. Le stesse persone, gli stessi rituali, a volte profondamente irritanti. A Lisbona sembra che a volte il tempo si fermi: un’immutabilità e un’immobilità che mi rinfrancano. Sono le contraddizioni che ci accomunano: io che non riesco a stare ferma, che sembro sempre un fiume in piena, poi ho un terrore disastroso di qualsiasi cambiamento. Di fondo sono un’abitudinaria, io che odio le abitudini e non sopporto la routine. Ma è come se dovessi avere delle piccole cose, che stanno ferme, almeno loro, a darmi fiducia. Degli appigli, forse. Dei punti a cui aggrapparmi.
Lisbona, dove l’impossibile non è contemplato, dove il caso è giocato da lei; lei sola tiene in mano i fili del destino. Lisbona, che mi regala un’ultima notte infinita e bianca, che mi fa pensare a quanto il caso sia “engraçado”, se così vogliamo dire, o a quanto forse lanci messaggi che poi non vogliamo intendere. Che mi fa dire che tutto, almeno li, è possibile, e che veramente, a volte, il tempo, gli anni che passano non contano niente. Quel che deve accadere accade, diceva una canzone.
L’ho accarezzata con lo sguardo un’ultima volta dall’aereo, vedendola diventare sempre più piccola, quasi una miniatura di se stessa, e mi sono chiesta come si possa non amarla. Come si possa restare indifferenti a lei, che abbraccia l’oceano. E ho ripensato a perché io abbia desistito, perché io abbia abdicato, rinunciando a vivere non li quanto a vivere del Portogallo, di quella lingua che amo e che è esteticamente bella, di quella cultura ricca e fiera, di quello sguardo costantemente puntato verso l’ignoto che è tipico del popolo portoghese, vivere di quei tratti tutti loro, del mare, della scoperta, del rimpianto. Ci pensavo con un po’di tristezza durante la cena col giovane scrittore e gli altri professori e critici, sentendomi così lontana da quel mondo che era mio, un tempo.
Ci pensavo, mentre assaporava la solita tristezza che mi prende quando sono sull’aereo e la guardo dall’alto, Lisbona. Mentre penso che vorrei andare in qualsiasi posto che non sia questo dove sono tornata adesso, mentre mi tenevo stretta la calma, il rilassamento mentale che lei mi ha dato e allo stesso tempo già mi preoccupavo per quello che avrei ritrovato qui. Succede sempre così: le ultime due notti che passo a Lisbona vado a letto e finisco sempre per sognare quello che mi aspetta in Italia: i problemi, le ansie, le dinamiche stanche e quasi ineluttabili che io rimetto sempre in moto.
Ci pensavo, mentre l’aereo ultrapassava le nuvole che coprivano l’azzurro forte del cielo di Lisbona. Che Lisbona ha brillato il giorno prima, nel giorno dell’addio.
MEME(NTO MORI????)
Meme. Io fino a poco tempo fa ne ignoravo l’esistenza ed il significato, di questa parola. Meme? Cos’è? E’ tipo “acqua” detto da un infante? Mah!
Poi alla fine i miei due neuroni hanno connesso: è “me – me”, tipo “io – io”. Un giuocariello dove si dicono alcune cose su se stessi (tanto perché l’egocentrismo e l’autocelebrazione non fanno nemmeno parte di me) e poi si gira la palla ad altri ignari astanti. Che si spera ti considerino, per lo meno.
E allora ecco, io ringrazio il Digito, che mi permette di fare il mio primo meme. E questo meme dice di indicare 6 cose che mi piacciono.
E allora comincio con a me me piace:
1) A me me piace… Lisbona.
Il mio più grande amore. Non amerò mai nessuno come quella città. Mi è entrata nel sangue e mi manca come l’aria. Distante e lontana, è più di un anno che non la vedo. Un tempo incredibile, incommensurabile per me che ogni due mesi ero là. E’che lei torna prepotente. E mentre guardavo delle cose mandate via mail da alcuni amici che abitano li, mi si è stretto il cuore. Pensando a lei. Alle strade, ai rumori, alle voci, agli odori, a Praça do Carmo. Ai caffé o le birre nel tardo pomeriggio. Alla musica del suo scorrere con me. E ditemi che questo non è amore!
2) A me me piace…Il mare.
E’ un po’ un corollario di Lisbona. Si, lo so…Lisbona è sul fiume. Ma è talmente grande che sembra mare.
Il mare mi rilassa, mi ritempra, mi riempie. Mi libera da tutti i pensieri, mi lascia in sospensione. Più del volare, il rimanere nell’acqua, sospesi, sospinti, liberi da tutto.
E poi il mare è l’infinito. E’ poter vedere finalmente l’orizzonte. La linea dell’orizzonte senza niente altro davanti. Il mare è la vita. Prima o poi mi trasferirò sul mare. A Livorno, voglio andare.
3) A me me piace…Viaggiare.
Bella forza, eh? A chi è che non piace?
E’ per il viaggio che ho scelto il mio lavoro. Per lo meno, la parte che riguarda l’accompagnamento. Io mi sono sempre definita una nomade stanziale: non mi piace il viaggio dove in 10 giorni si vedono mille cose. Io ho bisogno di tempo. Mi devo fermare. Vedere. Assaporare. Capire il ritmo del posto. Mischiarmi con la gente. Scambiare uno sguardo, un sorriso, un’intesa con loro. Arricchirmi con la loro cultura.
Come diceva de Andrè, per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.
4) A me me piace…Il fuoco.
Non in quanto elemento, anche se mi piace pure quello. Il fuoco come passione. Anche se non sembra, sono sanguigna e passionale. In tutto quello che faccio devo sentire la fiamma, l’ardore, devo sentire bruciare. Mi sono scottata, mi sono bruciata, perché ancora non so prendere le misure. Ma che ,misure puoi prendere con il fuoco? Se lo misuri lo imbrigli, lo limiti, lo controlli e muore. Mi brucerò ancora, spero. Il fuoco di un cuore che incendia la mente può fondere il ghiaccio del marmo bollente. Lo diceva Giovanni Lindo quando era ancora in se.
5) A me me piace…La musicalità dissonante.
Nella teoria della comunicazione le persone si dividono in tre tipologie: visivo, auditivo, cinestesico. Al corso per diventare guide turistiche ci fecero fare un test, per capire a quale di queste tipologie appartenevamo. Un mio collega arrivò diritto e senza ombra di dubbio a dire che io ero auditiva, per come usavo la voce, per un modo musicale che ho di parlare, per il fascino che ho per i suoni. Li per li non mi pareva. Ora dico che aveva visto più lontano di me.
Si, l’aspetto auditivo per me è tanto. Mi affascinano i suoni, le voci, i timbri. Mi piace ciò in cui riconosco una certa musicalità, spesso fatta di dissonanze. Anche nella musica vera e propria sono le dissonanze che mi prendono. Quel qualcosa che rompe la perfezione fine a se stessa. Un violino stridende. Un Hammond troppo forte. I bassi in controtempo.
E’ il particolare inaspettato che mi fa rimanere a bocca aperta, incollata a quel qualcosa. Me ne sono resa conto qualche sera fa, mentre parlavo con un ragazzo, completamente rapita dalla sua voce e dal suo leggerissimo ma per me chiaro accento laziale. “Non se ne accorge mai nessuno. Hai orecchio per queste cose”. E’che sono le sfumature che fanno il quadro, non i colori netti.
Gli studi che ho fatto, scopro ora di averli fatti soprattutto per i suoni. I suoni forti e taglienti, e così profondamente eleganti dell’inglese britannico. La musicalità profonda e affascinate del portoghese continentale. E’ tutta musica, questa. Con le sue meravigliose, irripetibili dissonanze.
6) A me me piace…Potermi fidare di qualcuno.
E’ per quello che adoro i miei amici. Perché mi posso fidare. E non capita spesso di potersi fidare. Mi capita sempre più raramente. E forse per quello, quando vedo una luce, che poi magari è solo un abbaglio, spicco il volo, apro le braccia e mi apro io. Sbagliando. Perché do tutte le armi per ferirmi a morte. Convinta che dai miei amici non verranno usate. A volte succede. Ma non erano amici, allora.
Ecco, sei cose che mi piacciono. Poi vabbè, ce ne sono anche altre. Ma sei ne dovevo dire, sei ne ho detto.
E ora devo girare la palla. Io la giro alla Sama, al buon Paolazzzi, allo Zanna, al ritrovato Scacchino (che mi odierà per i meme, ma tanto sta lontano…ahahah!!!!)…E basta. Non sono sei, ma abbiate pazienza, io mi devo far riconoscere.
Piccole o grandi che siano, sono i piccoli piaceri della vita, sono quello che mi identifica.
Il buon vino.
OUT OF THIS WORLD...
Strani giorni. Ho appena fatto il cambio degli armadi ed è venuto giù il diluvio. Si torna a temperature pinguine. Dovevo anche aspettarmelo, infondo anche questa è una legge non scritta ma inconfutabile della vita: lavi i vetri, o la macchina, o ti fai i capelli e dopo due nano secondi piove (anche se prima c’erano 40 gradi e un sole che spaccava le pietre); ti accendi una sigaretta ed il treno, con un ritardo annunciato di 45 minuti, arriva; fai il cambio degli armadi e la stagione, senza ragioni apparenti, cambia. Son bei momenti. Tanta fatica per nulla mi vien da dire.
Il sole è scomparso, cielo grigio plumbeo, scrosci d’acqua che nemmeno a novembre. Io ho giramenti di testa a raffica, tipici per la stagione data la pressione bassa, ma era più comprensibile averli la settimana scorsa, che c’erano 36 gradi con umidità al 99%. Mercoledì scorso ho pensato che un turista americano mi ci rimanesse secco, a Firenze. Quella città è una buca. Ristagna l’afa e non si respira. Vabbè, dettagli. Vuoi vedere una delle città più belle del mondo, la culla del Rinascimento, il David e blah blah blah? Hai da patì!
Nel mio delirio di studio cosa mi salva è il pensiero che dopo l’esame ed il matrimonio (argh!) di mia cugina, torno da lei. Torno a respirare per 10 giorni il suo profumo, a sentire di nuovo la sua voce ed il suo respiro. Il mio amore più grande, lei, Lisbona. Solo 10 giorni, che quelli ho liberi, poi mi devo buttare a capofitto nella stagione lavorativa. Ma il cielo azzurro, il ponte 25 de Abril, quella macchia rossa che unisce due lembi di terra, la calma di Belem,
La sua assenza a volte mi fa male. Mi fa male fisicamente, come a volte mi fa male l’assenza fisica di certe persone: lo stomaco si stringe, la temperatura sale. Quella frustrazione, rabbia, dolore, impotenza che si sente quando si vuole afferrare, palare, stringere qualcuno che non c’è. Io lo sento anche per lei.
Casa. Lei è casa. “La mia casa è nel mare, con un fiume no, non la posso cambiare”.
Avrei voluto viverla ogni giorno. Avrei voluto viverci, perché li è dove ho scelto di nascere. Li l’ho scelto io. Avrei voluto cullarmi nei suoi suoni, avrei voluto viverci col portoghese. Vorrei viverci, col portoghese. La conosco palmo a palmo. I suoi teatri, i suoi cinema, i suoi bar. Ma non tutti i sogni si avverano. Così non mi rimane che farmi abbracciare da lei ogni due o tre mesi. Appena ho tempo scappo. E ora manco già da dicembre. E’ tanto, tantissimo tempo che non vado a Lisbona. Troppo.
E invece i programmi cambiano. Non posso andare. Biglietti troppo cari, amici troppo occupati. Si cresce, forse, e si iniziano a calcolare le cose invece di farsi trasportare dalle emozioni. E così decido di abdicare. Ci rivedremo a settembre, ottobre o forse novembre. Un anno. Un anno tra me e Lisbona. Ma così deve essere.
Non so che fare dei miei dieci giorni liberi. Arriva lo scaltro suggerimento di mio padre: sfrutta i tuoi giorni liberi per l’inglese, tornatene a Londra o Dublino. Oh yeah. Peccato che debba andare da sola. Che viaggiare da sola non è che mi faccia pensiero, solo che mi fa tristezza la sera. Se non conosco nessuno dove vado?
Risposta dell’astuto genitore: “E tanto ti ci vorrà parecchio a trovà qualcuno per andà a ubriacarti!”
Molto bene. Vedo che mio padre ha una considerazione di me non male…
Però l’idea mi solletica. Effettivamente sono tanti anni che non ci torno…7 anni che non torno a Dublino. 12 che non torno a Londra. Due belle città si.
Spassionatamente io preferisco Dublino. Per me ha un fascino irresistibile. Me la sento più vicina. Però c’è da dire che quando ero a Londra avevo 15 anni. Sarebbe il caso di rivederla. E Londra è sempre Londra…per me è un po’ il centro del mondo. Insomma, non si resiste al fascino di Londra. Gli anni 70 li, in certe zone, ci sono ancora. Ricordo alcune vie. Alcuni negozi. Ed i teatri. Piena di teatri, i musical che stanno li per anni e anni…e poi l’east - end. Voglio vederlo l’east – end. Il fringe theatre è nato li. L’avanguardia è nata li. Rileggendo vecchi testi del più bell’esame che abbia mai dato in vita mia (storia del teatro inglese), ambientati in una Londra thatcheriana e arrabbiata, mi è venuta voglia di riscoprirla.
Forse succederà anche a me: “la più grande città del mondo se la ingoiò in un boccone”, parafrasando “Breakfast on Pluto”.
Decido che si, forse vorrei rivedere più Londra di Dublino. E forse a Londra qualche aggancio lo trovo…
L’attore potrebbe anche rendersi utile, in questo caso.
E soprattutto un tuffo nel passato.
Il santo bevitore.
Una sera di sei anni fa a Lisbona. Io e Danì insieme che entriamo nel solito locale. Io bruciacchiata dal sole che avevo preso durante il giorno. E ne andavo anche fiera, visto che tutti avevano da riprendermi per la mia pelle bianca. Finalmente un po’ di abbronzatura.
Lui era li. Italiano. Trentino, per la precisione. Ci mettiamo a parlare dal niente e del niente, probabilmente. Finché lui non mi guarda e dice: “Adoro le donne con la pelle bianca”.
Guardo Danì: “Passami un bruschino!!”. Avrei voluto tornare al mio colorito del giorno prima e togliermi quell’ombra di abbronzatura che avevo.
Due giorni. Lui sarebbe rimasto solo due giorni, poi partiva di nuovo e tornava a Londra, dove viveva da anni ormai.
E sono stati due giorni di me e lui. Soltanto me e lui. Non vedevamo altro. Lui bruciava. E allo steso tempo era di una dolcezza infinita. Quella dolcezza che non sconfina dello sdolcinato, che mi viene il diabete solo a pensarci. Non so come mai, non so perché, ma lui era perfetto. Sono stati due giorni perfetti. Li ricordo benissimo. Ricordo benissimo la sua voce, il suo sorriso, le sue parole…
E appena tornato a casa mi scrisse una mail: “Alla perla più bianca di Lisbona”.
Un’intesa perfetta. Una cosa che non mi spiego. Sono stati solo due giorni, probabilmente non lo rivedrò mai più. Non mi faccio castelli in aria o illusioni, non me li faccio ora, ma non me li facevo nemmeno a 21 anni. Ma sentivo, sento, una forma di energia, empatia, vicinanza tutta particolare.
Il santo bevitore ho continuato a sentirlo ogni tanto, sempre via mail. O tramite un suo amico, che quando mi vede a Lisbona mi da sempre un bacio in più dicendomi che quello me lo manda il santo bevitore.
Tre anni fa ero di nuovo a Lisbona. Ero nel solito locale di cui sopra. Aspettavo amici ed ero seduta al bancone, intenta a bermi la mia immancabile caipirinha. Ad un certo punto sento una presenza al mio fianco. Non mi giro nemmeno. Si, una di quelle odiose mosse tipicamente femminili, non voglio essere disturbata, chiunque tu sia girami al largo.
“Sei italiana?” Eccoci. Non alzo lo sguardo. “Si”
“Sei di Firenze?” E che, capisce che sono toscana da un si? Ok, ora mi giro e vedo chi è ‘sto genio…Mentre mi giro, ovviamente con fare un po’ scocciato, e gli dico che si, sono di vicino Firenze, rimango di stucco. E’ il santo bevitore. E’lui.
Il santo bevitore aveva addosso quel suo inconfondibile sorriso, nonostante gli fosse cresciuto un po’ di barba. E quella voce, quegli occhi…Il santo bevitore mi abbraccia. Da buon trentino ogni esclamazione è una bestemmia. Continua a parlarmi e ad abbracciarmi. Io vorrei sciogliermi tra le sue braccia ma non posso. Ci sediamo, ricorda i “nostri” due giorni. Anche per lui sono rimasti impressi nella mente, come un marchio a fuoco. Ci guardiamo come due ebeti. Mi presenta a tutti, dicendo “Ecco, volevo presentarvi un essere speciale…Ci siamo conosciuti qui tre anni fa…è uno spettacolo…”. Continuiamo a guardarci come due ebeti. Quasi in un mondo a parte.
Ci siamo visti solo quella sera. Poi lui ripartiva.
E non so che mi è preso, ma gli ho mandato una mail ieri. Così, pensando a Londra e al fatto che lui mi aveva detto “Se vieni fammi sapere”.
Dicendogli che avrei voluto fare un salto a Londra, e che se non era in giro da qualche parte del mondo mi avrebbe fatto piacere rivederlo.
Non so davvero che mi è preso. Di solito non rivango il passato. O almeno, evito di rivangarlo coinvolgendo un’altra persona. Di solito non rispunto dal nulla, non richiamo, non riscrivo. Ma col santo bevitore è come se ci fosse un filo invisibile. E’ come se sapessi che è lui l’uomo che io voglio, che cerco. O meglio, che avrebbe dovuto essere lui. E’ come se sapessi che la nostra storia sarebbe stata perfetta. Ma poi casualità della vita, non è successo. E ora è tardi.
Mi ha risposto oggi. C’è. E’ ben felice di vedermi e per più di una sera. La sua casa a Brixton è aperta. Torna a dire che anche se le acque scorrono, il pensiero degli anni passati è vivo. E mi consiglia di chiudere bene la porta. Non ha perso il suo humor, vedo.
Si, adesso che mi dice che c’è, che posso fermarmi, voglio andare a bere un po’ di passato. Anche se sappiamo entrambi che le cose cambiano, che sono cambiate, che le condizioni non sono certo le stesse di 6 anni fa. Ma è come se ci fosse un piccolo universo parallelo dove tutto questo non importa. E dove noi continuiamo a guardarci come due ebeti senza fare altro. Ricordando quello che è stato, e che avrebbe potuto essere.
(e se il santo bevitore non mi risponde alla successiva mail, sarà d’uopo che l’attore rispolveri i londinesi amici, che a sto punto c’ho messo la bocca e il Tamigi lo devo rivedere!!)
E' una giornata di sole. Ed è martedi.
Mi è venuta in mente, prepotente, Lisbona. Oggi sarei andata alla feira da ladra. Poi avrei passeggiato in su e in giù per la città, con la macchina fotografica al collo per farle un ritratto, per vederle gli occhi. Mi sarei fermata a qualche miradouro, a guardare il fiume. Probabilmente avrei fatto un giro alla FNAC, mi sarei immersa tra i libri, sognando di comprarli tutti e lamentandomi mentalmnte di quanto sono cari.
Avrei chiesto a Tiago di andare a prendere una birretta insieme, ce ne saremmo andati a qualche baretto scrauso, a parlare di politica, letteratura, cinema e musica. Al calar della sera me ne sarei andata alla cinemateca, o a qualche cinema dove fanno le seconde visioni...ma anche le prime, che comunque il biglietto è ancora umano. Poi al Bairro Alto con Quim, sicuramente.
Ai, lo so, sono ripetitiva. Ma mi riempie gli occhi. Il bianco di Sao Vicente e i colori dell'Alfama. La grazia della praça dos restauradores e l'anima nera del Rossio. Mi manca entrare nei bar dell'Alfama e sentire le gente parlare. Mi manca stare li a sentire la gente inveire contro il governo, lo scandalo della casa pia, quello dell' apito dourado (una specie di calciopoli), e via andare.
No, non sarebbe una vita perfetta a Lisbona. Ha i suoi grandi difetti. In certi momenti la odio per come si trasforma, e per le persone che la invadono. Io sono una donna gelosa. Molto gelosa. E guardo ai nuovi occupanti della città, a questi nuovi lisboeti che magari sono li per l'erasmus, come ho fatto io, e che pensano di averla già capita e che pensano di essere entrati in contatto con lei, come a dei pretendenti verso la persona amata. Li tengo a distanza, li guardo con sufficenza e credo che invece non la capiranno mai. Perchè lei è solo mia. Solo mia. Sono possessiva, ma noi ci apparteniamo.
E così, in questa giornata di sole, penso al sole che la bacerebbe. E come fa Mia con le sue stupende playlist, mi viene in mente una canzone, dedicata al martedi. E non solo.
É terça-feira
e a feira da ladra
abre hoje às cinco
de madrugada
E a rapariga
desce a escada quatro a quatro
vai vender mágoas
ao desbarato
vai vender
juras falsas
amargura
ilusões
trapos e cacos e contradições
É terça-feira
e das cinzas talvez
amanhã que é quarta-feira
haja fogo outra vez
o coração é incapaz de dizer
"tanto faz"
parte p´ra guerra
com os olhos na paz
É terça-feira
e a feira da ladra
quase transborda
de abarrotada
E a rapariga
vende tudo o que trazia
troca a tristeza
pela alegria
E todos querem
regateiam
amarguras
ilusões
trapos e cacos e contradições
É terça-feira
e das cinzas talvez
amanhã que é quarta-feira
haja fogo outra vez
o coração
é incapaz
de dizer
"tanto faz"
parte p´ra guerra
com os olhos na paz
É terça-feira
e a feira da ladra
fica enfim quieta
e abandonada
e a rapariga
deixou no chão um lamento
que se ergue e gira
e roda com o vento
e rodopia
e navega
e joga à cabra-cega
é de nós todos
e a ninguém se entrega
É terça-feira
e das cinzas talvez
amanhã que é quarta-feira
haja fogo outra vez
o coração
é incapaz
de dizer
"tanto faz"
parte p´ra guerra
com os olhos na paz
Sérgio Godinho
[è martedi e la feira da ladra apre oggi alle cinque del mattino. E la ragazza scende i gradini a quattro alla volta, va a vedere dolori sottocosto, va a vendere giuramenti falsi, amarezza, illusioni, stracci e cocci e contraddizioni.
è martedi e dalla cenere, forse, domani che è mercoledi nascerà di nuovo il fuoco. Il cuore è incpace di dire "tanto è uguale", va alla guerra con gli occhi nella pace.
è martedi e la feira da ladra quasi straripa da quanto è piena. E la ragazza vende tutto quello che portava, baratta la tristezza per l'allegria. E tutti vogliono, rivendono, dolori, illusioni, stracci e cocci e contradizioni.
è martedi e dalla cenere, forse, domani che è mercoledi nascerà di nuovo il fuoco. Il cuore è incpace di dire "tanto è uguale", va alla guerra con gli occhi nella pace.
è martedi e la feira da ladra è finalmente tranquilla e abbandonata e la ragazza ha lasciato per terra un lamento che si erge e gira e ruota con il vento. e volteggia, e naviga, e gioca a mosca cieca, appartiene a tutti noi ma non si da a nessuno.
è martedi e dalla cenere, forse, domani che è mercoledi nascerà di nuovo il fuoco. Il cuore è incpace di dire "tanto è uguale", va alla guerra con gli occhi nella pace.]
What I need...

La luce. Il fiume. Il cielo. I colori del Bairro Alto nel pomeriggio. Le merciarias aperte, i bimbi a giocare per strada. La sua decadenza di impero finito. Il suo essere all'avanguardia. Le mille nazionalità. Viso rivolto all'oceano e spalle all'Europa. Nessuno come Pessoa può descrivere cos'è il Portogallo.
Gli odori dell'Alfama. Svegliarsi al grido di "Ooooooooooooo Bruuuuuuunaaaaaa!!". Maledetta Bruna. A 9 anni ti avrei già soppresso. E stattene un po'a casa tua invece di fare sgolate tua madre. Che sveglia me, per altro.
I caffè e le serate con Tiago. Il buon Tiaguito. La briaca colossale presa al ristorante russo per il compleanno di Luís. Io che entro barcollando in ambasciata. I pomeriggi nel cortile dell'ambasciata con Giorgio. L'ambasciatore coi calzoncini che si monta il catamarano...tanto abbiamo gli stagisti. I 3 kalashinkov fatti bere a Daria (è astemia...). Zé Luís ed io seduti al Clube da Esquina a parlare del suo ultimo libro.
Il tramonto visto da Santa Catarina. La luce calda dell'alba in rua das Chagas. I pomeriggi alla praça do Carmo. Gli spettacoli e il panorama del Teatro Taborda. Miguel e la Comuna. Miguel e il Tejo Bar. Besame, besame Mucio...! La cinemateca Portoghese. Film meravigliosi e 2,50 euri. E senza dover fare tessere e tesseruccie del menga...Il biglietto è quella cifra irrisoria. E vedere tutta la retrospettiva su Pasolini...vedere Bunuel e Truffaut...Vedere film italiani che non passano in Italia...
Belem ed i suoi pasteis.
I concerti della Naifa al Santiago Alquimista...Gli Irmãos Catita, Jorge Palma, le sere da Chico, le notti matte con Quim. I dischi a casa di João, detta la piccola bottega degli orrori...I te allo zenzero, la nostra scarsa tolleranza, la spalla che ci offriamo a vicenda per piangere (e se comincia uno segue l'altro a ruota). Anna e la sua ospitalità. Il nostro innamorarci costantemente dell'uomo sbagliato al momento sbagliato.
Le sette colline di Lisbona. decisamente meno dolci di quelle di Roma. L'elettrico 28. La Mouraria, la Feira da ladra, i vecchini infilati nelle tascas a bere vino al metanolo già dalle 8 del mattino.
Il ponte 25 de Abril. Il Tejo. Il Tejo. Passerei ore a guardarlo. Si illuminano gli occhi quando lo scorgo da qualche vicolo. Il suo respiro. Il suo azzurro.
Ed i suoni. Le voci. Le parole. Quella melodia cantata che è la lingua portoghese. Infilarsi nelle librerie per ore. La mia meglio gioventù.
Decisamente è questa la mia droga.