Rimembro che qualche settimana fa stavo lavorando con un gruppo di turisti inglesi. Una serie di mie clienti si sono sperticate in complimenti rivolti alla mia persona et al mio modo di vestire.THE MORE YOU IGNORE ME THE CLOSER I GET

Sono mancata per un po’di giorni. Sono stata lontana fisicamente e mentalmente. Ne avevo bisogno.
Andiamo con ordine: l’esame è stato superato. Brillantemente superato, per giunta. Allo scritto ho totalizzato uno dei punteggi più alti; l’orale è cominciato prima con l’inglese, poi con il portoghese ed infine c’è stato il colloquio generale con la commissione. Le lingue non mi preoccupavano. Era l’esame con la signora guida pronta a spulciarmi che mi terrorizzava. Tanto più che quando sono entrata stava praticamente maciullando una mia amica ed un’altra è uscita dicendomi “è fissata con
Panico.
Quando è arrivato il mio turno mi sono presentata pure spavalda: gran sorriso, battutazza perchè mi sono dovuti venire a chiamare fuori (ero a fumare uno dei miei immancabili cicchini), chiacchera infinita.
La mia fortuna è che siamo partiti da Orsanmichele: ho iniziato a parlare a mulinello. Di qualsiasi cosa: scultura, pittura, arti, S.Anna protettrice delle libertà fiorentine, stai e braccia. Anche delle vetrate. In quel momento dovevo trasudare amore. E’ che, nonostante la tesina che mi ha un po’ammorbato negli ultimi momenti, Orsanmichele è una chiesa splendida. Peculiare. Un misto di laicismo e luogo di fede, simbolo dell’unicità di Firenze. Una chiesa che era un granaio, una chiesa patrocinata dalla arti.
E a parte tutto è esteticamente bella. E questo può bastare.
Dovevo trasudare amore e passione: la guida mi guardava sorridente e annuiva, il resto della commissione, quando mi stata fatta un’altra domanda, ha detto “di già? Ci stavamo appassionando.”
Forse è stata questa passione che mi ha un po’ salvato. Anche perché la domanda dopo era sul Bargello. Poteva starci, ma momento di buio totale. Non so nemmeno io come ho fatto a tirarmene fuori; la guida poteva infilare tranquillamente il dito nella piaga…Mica è un museuccio minore. La guida mi ha guardato ancora sorridente e mi ha detto: “Ma si, andiamo all’Accademia, che magari ti ci senti meglio”. Sala di Michelangelo. Non poteva andare meglio: l’altra tesina era sulla sua scultura. Ma non poteva andare meglio perché nella sala di Michelangelo c’è il San Matteo e ci sono i Prigioni, ancor più del David. Perché i Prigioni nel loro non – finito, nel loro sforzo di liberarsi dalla materia che li comprime e li opprime, sono le sculture che amo di più di Michelangelo. Probabilmente ho tirato fuori amore e passione anche li. La guida mi ha guardato ancora sorridendo ed ha detto “Per me può bastare così”. E dopo mi sono presa i complimenti della commissione.
Dunque adesso sono ufficialmente una guida di Firenze e provincia. Ancora devo festeggiare degnamente con le mie colleghe: abbiamo detto che una serata in cui ci trasciniamo sui gomiti da quanto ce l’abbiamo alta non ce la leva nessuno.
Dopo pochi giorni dall’esame ho fatto i bagagli e sono partita: London calling!
Londra è bella, io me la ricordavo bella, si, ma non così tanto. L’ho trovata cambiata, e molto. Probabilmente perché sono anche cambiati gli occhi con cui la vedo: la percezione dei luoghi, ma anche delle vibrazioni che riesce a mandare una città, cambia molto dai 15 ai 27 anni. Adesso mi sembra ancora più bella e piena.
Mi ha accolto con il sole, rivelandomi colori di una potenza inaudita, mostrandomi un cielo che quando non è oscurato dalle nubi abbaglia ed incanta. Mi ha regalato notti brevi e chiare e albe dorate che quasi toccavano il tramonto da quanto avvenivano presto al mattino.
Ho camminato per ore e ore, ho attraversato i ponti e guardato il Tamigi, io che amo il mare, che amo l’acqua, anche un fiume va bene quando taglia in due la città. La rende più luminosa. Mi sono infilata nei negozi di dischi, sono stata li a scegliere e scartabellare, per poi cadere su un vinile degli Smiths ed uno doppio dei Velvet Underground, ho portato via libri e immagini. L’ho girata con addosso la mia pesantissima macchina fotografica, le ho cercato gli occhi, come li cerco a Lisbona.
Non so se li ho trovati, ma ho trovato particolari e sfumature splendide.
Di Londra amo il suo essere tutto ed il contrario di tutto. Per me è un po’ il centro dell’Europa e del mondo: a livello storico, letterario, culturale, ha sempre rappresentato un centro importantissimo. E non ostante il suo essere “il centro del mondo” la sera è forse più vitale la mia Lisbona.
Amo la sua parte così posh e signorile, il centro, lo West End, la zona dei teatri: mi vengono i brividi quando cammino in quella zona, quando mi giro e vedo che ci sono i musical in ogni teatro, quando vedo che “The Phantom of the Opera” è la da decine di anni.
Si, adoro i musical. Che ci posso fare. Peccato che a Londra abbiano dei prezzi un po’proibitivi; almeno per il mio budget.
Però amo anche la parte più popolare della città, amo i suoi contrasti, il melting pot che è diventata.
Amo le sue tradizioni obsolete e fuori dal tempo, la monarchia che è un simbolo. Ed il cambio della guardia fatto al suono di un medley dei Beatles. No, io solo perché mi vedo “l’esercito” di Her Majesty che mi fa il cambio della guardia suonando i Beatles mi emoziono: tutto è tradizione, dalla più antica a quella più moderna.
I ragazzi con le divise della scuola: ne ho visti quattro in Covent Garden che erano un misto tra i FabFour ed Harry Potter. Splendidi. Non gli staccavo gli occhi di dosso.
E poi Brixton.
La mia base per una settimana. I colori forti, gli odori penetranti, la musica sparata a tutto volume: ovviamente di base c’è il regge, visto che a Brixton la comunità più nutrita è quella degli antilliani e jamaicani. Ma anche la musica araba che viene fuori dalla pescheria tenuta dai pachistani, e poi i negozi portoghesi, con “Continental Delicatessen” e la macelleria “U talho”, dove campeggia sull’insegna il celeberrimo scudo lusitano e la nazionale bandiera verde e rossa viene issata ogni giorno. Brixton e le grida, le litigate dei jamaicani, i racconti allucinanti, Brixton dove sono nati i Clash, dove sono nate le rivolte, dove è nato il mio amato White Duke.
Il tempo che cambia otto volte in un giorno, il caldo del sole ed il freddo barbino delle giornate di pioggia. L’alba del solstizio estivo a Stonehenge che mi sono persa perché non mi sentivo tanto bene. Vabbè, tanto era nuvolo ed il sole non l’hanno visto nemmeno i semi druidi e sciamani che c’erano li…
E poi il santo bevitore. Parole e risate, una bottiglia di whiskey finita la sera in cui sono arrivata, in piedi fino all’alba. Una serie di taciti buoni propositi che sia io che lui avevamo fatto, una specie di armistizio silenzioso, concorde, sebbene nessuno ne avesse fatto parola. Troppe implicazioni, troppe confusioni, troppi cambiamenti, troppa acqua che scorre sotto il ponte degli anni che passano. Nonostante il ricordo dei tempi che furono, tacitato.
Ci comportiamo da amici, evitiamo anche di sederci troppo vicini, di rimanere soli. Io lo capisco, capisco la distanza che c’è, anche io la mantengo. Tra l’altro ho molte altre cose da fare.
Però poi certe cose ritornano fuori. Preponderanti. Per rimanere circoscritte dove sono, ma è qualcosa che forse non riusciamo né vogliamo trattenere.
Una sera insieme. In centro a Londra a bere, iniziando con un’enoteca, per poi finire ad un baretto dove tutto costava 3£. E allora dagli a grappa e gin tonic. Balliamo, ci avviciniamo, forse troppo. E allora rimettiamo in piedi le distanze.
E parliamo di futuro, di quello che viviamo, delle ambizioni che abbiamo. Finché non gli dico qual è la cosa che mi fa muovere costantemente: il fuoco. Qualsiasi cosa io faccia sono mossa dal fuoco e dalla passione. Nonostante la mia scarsissima inclinazione verso la spiritualità (cosa che non capisco e tendo a sopportare molto poco, così come tutte le teorie new age e affini), nonostante mi dipinga come una positivista pura (e forse anche una materialista), io se non sento la passione, se non sento il fuoco che mi brucia dentro non riesco a fare niente. Il santo bevitore mi guarda: “E allora seguilo. E’ una fortuna sentirlo ancora, sentire questa cosa che si muove e ti muove”
“Si, ma alle volte ti ci bruci. E anche tanto. Non ti salva mica da tutto. Anzi, il più delle volte ti crea dei grossi problemi…”
“E’ una fortuna sentirlo ancora. Non so quanto anni sono che io non sento quella cosa li, che non sento il fuoco in quello che faccio.”
Mi ha un po’ incupito questa cosa. Ma vedendo la sua vita, fatta di piccole cose e all’apparenza così felice, io mi chiedo se infondo non sia la sua, la ricetta della felicità.
Usciamo di li e incontriamo un polacco allucinato ed allucinante che ci fa fare il giro della piazzetta di Soho col suo risciò, mentre ci racconta che ha praticamente girato il mondo. Guida come un pazzo, manca poco ci cappottiamo. In una di queste evoluzioni mi ritrovo spalmata sul santo bevitore, che allunga la zampetta, mi abbraccia, mi prende le mani e me le bacia; ci guardiamo come due ebeti, momenti interminabili.
Una specie di stream of consciousness che ci riporta sei anni indietro.
“Sai qual è la cosa? Che dopo sei anni non cambia un cazzo. Tutte le mie buone intenzioni...Sono andate decisamente a farsi fottere”. Lo so. Anche le mie, di base. Ma non so quanto non cambi niente.
Qualcosa è cambiato, si, ma per un attimo, per quelle ore, siamo tornati a sei anni fa. Dalle nove la sera alle cinque di mattina abbiamo vissuto in una specie di bolla di sapone dove abbiamo brindato al passato e dove siamo tornati al passato, consci entrambi che la cosa si sarebbe chiusa li.
In un altro local passano Morrisey: "the more you ignore me, the closer I get, you're wasting your time". Mai canzone fu più appropriata. It's war. it's war. It's war...war...war...
Siamo tornati a casa, gli occhi ancora gonfi di quello che avevamo visto, le mani ancora a cercarsi, prima di tornare alla normalità.
No, ignorarsi è praticamente impossibile. Quel sottile filo rosso…Ma il passato non ritorna. E, se devo essere sincera, è anche un bene.
E’ che il santo bevitore è sempre lui, si, ma è come se fosse diverso. O forse sono diversi gli occhi con cui lo guardo. Forse sono diversi i modi in cui siamo cresciuti. Lui i suoi 37 anni non li dimostra affatto.
E’ come se percepissi uno iato che prima non vedevo; come se lui fosse rimasto a sei anni fa ed io no. A volte vorrei che il tempo si fermasse, cristallizzasse le persone ed i luoghi. O meglio: forse vorrei che io fossi la stessa di sei anni fa. Forse non è il santo bevitore a non essere più lo stesso. Forse sono io che non sono più la perla bianca. Adesso sono molto più scura, piena d’ombre.
Si, il santo bevitore è sempre lui. La perla bianca no.OUT OF THIS WORLD...
Strani giorni. Ho appena fatto il cambio degli armadi ed è venuto giù il diluvio. Si torna a temperature pinguine. Dovevo anche aspettarmelo, infondo anche questa è una legge non scritta ma inconfutabile della vita: lavi i vetri, o la macchina, o ti fai i capelli e dopo due nano secondi piove (anche se prima c’erano 40 gradi e un sole che spaccava le pietre); ti accendi una sigaretta ed il treno, con un ritardo annunciato di 45 minuti, arriva; fai il cambio degli armadi e la stagione, senza ragioni apparenti, cambia. Son bei momenti. Tanta fatica per nulla mi vien da dire.
Il sole è scomparso, cielo grigio plumbeo, scrosci d’acqua che nemmeno a novembre. Io ho giramenti di testa a raffica, tipici per la stagione data la pressione bassa, ma era più comprensibile averli la settimana scorsa, che c’erano 36 gradi con umidità al 99%. Mercoledì scorso ho pensato che un turista americano mi ci rimanesse secco, a Firenze. Quella città è una buca. Ristagna l’afa e non si respira. Vabbè, dettagli. Vuoi vedere una delle città più belle del mondo, la culla del Rinascimento, il David e blah blah blah? Hai da patì!
Nel mio delirio di studio cosa mi salva è il pensiero che dopo l’esame ed il matrimonio (argh!) di mia cugina, torno da lei. Torno a respirare per 10 giorni il suo profumo, a sentire di nuovo la sua voce ed il suo respiro. Il mio amore più grande, lei, Lisbona. Solo 10 giorni, che quelli ho liberi, poi mi devo buttare a capofitto nella stagione lavorativa. Ma il cielo azzurro, il ponte 25 de Abril, quella macchia rossa che unisce due lembi di terra, la calma di Belem,
La sua assenza a volte mi fa male. Mi fa male fisicamente, come a volte mi fa male l’assenza fisica di certe persone: lo stomaco si stringe, la temperatura sale. Quella frustrazione, rabbia, dolore, impotenza che si sente quando si vuole afferrare, palare, stringere qualcuno che non c’è. Io lo sento anche per lei.
Casa. Lei è casa. “La mia casa è nel mare, con un fiume no, non la posso cambiare”.
Avrei voluto viverla ogni giorno. Avrei voluto viverci, perché li è dove ho scelto di nascere. Li l’ho scelto io. Avrei voluto cullarmi nei suoi suoni, avrei voluto viverci col portoghese. Vorrei viverci, col portoghese. La conosco palmo a palmo. I suoi teatri, i suoi cinema, i suoi bar. Ma non tutti i sogni si avverano. Così non mi rimane che farmi abbracciare da lei ogni due o tre mesi. Appena ho tempo scappo. E ora manco già da dicembre. E’ tanto, tantissimo tempo che non vado a Lisbona. Troppo.
E invece i programmi cambiano. Non posso andare. Biglietti troppo cari, amici troppo occupati. Si cresce, forse, e si iniziano a calcolare le cose invece di farsi trasportare dalle emozioni. E così decido di abdicare. Ci rivedremo a settembre, ottobre o forse novembre. Un anno. Un anno tra me e Lisbona. Ma così deve essere.
Non so che fare dei miei dieci giorni liberi. Arriva lo scaltro suggerimento di mio padre: sfrutta i tuoi giorni liberi per l’inglese, tornatene a Londra o Dublino. Oh yeah. Peccato che debba andare da sola. Che viaggiare da sola non è che mi faccia pensiero, solo che mi fa tristezza la sera. Se non conosco nessuno dove vado?
Risposta dell’astuto genitore: “E tanto ti ci vorrà parecchio a trovà qualcuno per andà a ubriacarti!”
Molto bene. Vedo che mio padre ha una considerazione di me non male…
Però l’idea mi solletica. Effettivamente sono tanti anni che non ci torno…7 anni che non torno a Dublino. 12 che non torno a Londra. Due belle città si.
Spassionatamente io preferisco Dublino. Per me ha un fascino irresistibile. Me la sento più vicina. Però c’è da dire che quando ero a Londra avevo 15 anni. Sarebbe il caso di rivederla. E Londra è sempre Londra…per me è un po’ il centro del mondo. Insomma, non si resiste al fascino di Londra. Gli anni 70 li, in certe zone, ci sono ancora. Ricordo alcune vie. Alcuni negozi. Ed i teatri. Piena di teatri, i musical che stanno li per anni e anni…e poi l’east - end. Voglio vederlo l’east – end. Il fringe theatre è nato li. L’avanguardia è nata li. Rileggendo vecchi testi del più bell’esame che abbia mai dato in vita mia (storia del teatro inglese), ambientati in una Londra thatcheriana e arrabbiata, mi è venuta voglia di riscoprirla.
Forse succederà anche a me: “la più grande città del mondo se la ingoiò in un boccone”, parafrasando “Breakfast on Pluto”.
Decido che si, forse vorrei rivedere più Londra di Dublino. E forse a Londra qualche aggancio lo trovo…
L’attore potrebbe anche rendersi utile, in questo caso.
E soprattutto un tuffo nel passato.
Il santo bevitore.
Una sera di sei anni fa a Lisbona. Io e Danì insieme che entriamo nel solito locale. Io bruciacchiata dal sole che avevo preso durante il giorno. E ne andavo anche fiera, visto che tutti avevano da riprendermi per la mia pelle bianca. Finalmente un po’ di abbronzatura.
Lui era li. Italiano. Trentino, per la precisione. Ci mettiamo a parlare dal niente e del niente, probabilmente. Finché lui non mi guarda e dice: “Adoro le donne con la pelle bianca”.
Guardo Danì: “Passami un bruschino!!”. Avrei voluto tornare al mio colorito del giorno prima e togliermi quell’ombra di abbronzatura che avevo.
Due giorni. Lui sarebbe rimasto solo due giorni, poi partiva di nuovo e tornava a Londra, dove viveva da anni ormai.
E sono stati due giorni di me e lui. Soltanto me e lui. Non vedevamo altro. Lui bruciava. E allo steso tempo era di una dolcezza infinita. Quella dolcezza che non sconfina dello sdolcinato, che mi viene il diabete solo a pensarci. Non so come mai, non so perché, ma lui era perfetto. Sono stati due giorni perfetti. Li ricordo benissimo. Ricordo benissimo la sua voce, il suo sorriso, le sue parole…
E appena tornato a casa mi scrisse una mail: “Alla perla più bianca di Lisbona”.
Un’intesa perfetta. Una cosa che non mi spiego. Sono stati solo due giorni, probabilmente non lo rivedrò mai più. Non mi faccio castelli in aria o illusioni, non me li faccio ora, ma non me li facevo nemmeno a 21 anni. Ma sentivo, sento, una forma di energia, empatia, vicinanza tutta particolare.
Il santo bevitore ho continuato a sentirlo ogni tanto, sempre via mail. O tramite un suo amico, che quando mi vede a Lisbona mi da sempre un bacio in più dicendomi che quello me lo manda il santo bevitore.
Tre anni fa ero di nuovo a Lisbona. Ero nel solito locale di cui sopra. Aspettavo amici ed ero seduta al bancone, intenta a bermi la mia immancabile caipirinha. Ad un certo punto sento una presenza al mio fianco. Non mi giro nemmeno. Si, una di quelle odiose mosse tipicamente femminili, non voglio essere disturbata, chiunque tu sia girami al largo.
“Sei italiana?” Eccoci. Non alzo lo sguardo. “Si”
“Sei di Firenze?” E che, capisce che sono toscana da un si? Ok, ora mi giro e vedo chi è ‘sto genio…Mentre mi giro, ovviamente con fare un po’ scocciato, e gli dico che si, sono di vicino Firenze, rimango di stucco. E’ il santo bevitore. E’lui.
Il santo bevitore aveva addosso quel suo inconfondibile sorriso, nonostante gli fosse cresciuto un po’ di barba. E quella voce, quegli occhi…Il santo bevitore mi abbraccia. Da buon trentino ogni esclamazione è una bestemmia. Continua a parlarmi e ad abbracciarmi. Io vorrei sciogliermi tra le sue braccia ma non posso. Ci sediamo, ricorda i “nostri” due giorni. Anche per lui sono rimasti impressi nella mente, come un marchio a fuoco. Ci guardiamo come due ebeti. Mi presenta a tutti, dicendo “Ecco, volevo presentarvi un essere speciale…Ci siamo conosciuti qui tre anni fa…è uno spettacolo…”. Continuiamo a guardarci come due ebeti. Quasi in un mondo a parte.
Ci siamo visti solo quella sera. Poi lui ripartiva.
E non so che mi è preso, ma gli ho mandato una mail ieri. Così, pensando a Londra e al fatto che lui mi aveva detto “Se vieni fammi sapere”.
Dicendogli che avrei voluto fare un salto a Londra, e che se non era in giro da qualche parte del mondo mi avrebbe fatto piacere rivederlo.
Non so davvero che mi è preso. Di solito non rivango il passato. O almeno, evito di rivangarlo coinvolgendo un’altra persona. Di solito non rispunto dal nulla, non richiamo, non riscrivo. Ma col santo bevitore è come se ci fosse un filo invisibile. E’ come se sapessi che è lui l’uomo che io voglio, che cerco. O meglio, che avrebbe dovuto essere lui. E’ come se sapessi che la nostra storia sarebbe stata perfetta. Ma poi casualità della vita, non è successo. E ora è tardi.
Mi ha risposto oggi. C’è. E’ ben felice di vedermi e per più di una sera. La sua casa a Brixton è aperta. Torna a dire che anche se le acque scorrono, il pensiero degli anni passati è vivo. E mi consiglia di chiudere bene la porta. Non ha perso il suo humor, vedo.
Si, adesso che mi dice che c’è, che posso fermarmi, voglio andare a bere un po’ di passato. Anche se sappiamo entrambi che le cose cambiano, che sono cambiate, che le condizioni non sono certo le stesse di 6 anni fa. Ma è come se ci fosse un piccolo universo parallelo dove tutto questo non importa. E dove noi continuiamo a guardarci come due ebeti senza fare altro. Ricordando quello che è stato, e che avrebbe potuto essere.
(e se il santo bevitore non mi risponde alla successiva mail, sarà d’uopo che l’attore rispolveri i londinesi amici, che a sto punto c’ho messo la bocca e il Tamigi lo devo rivedere!!)