PROPORZIONI
Volterra è un luogo dell’anima legato indissolubilmente all’infanzia e al paese sperso nella campagna pisana in cui stanno parte delle mie radici piantate in tanti posti e in nessuno in particolare, il posto in cui passavo tutte le estati e tutti i fine settimana di quel tempo che copre la così detta età dell’innocenza fino all’adolescenza.
Due vie, due chiese, tre negozi, un bar, cinquanta vecchi. Una noia mortale. Nemmeno riuscivo a dormire bene per il troppo silenzio e l’umido devastante. La “metropoli” più vicina: Pontedera, raggiungibile con l’auto o in alternativa con la corriera che passa due volte al giorno (4 se è periodo scolastico).
Non ho grande affetto verso quel paese. La prima cosa che mi viene in mente sono i giorni in cui forzatamente risiedevo li. Sensazione affatto gradevole quella di perdere inutilmente il tempo quando avrei potuto fare altro, o sentirmi parte di qualcosa. Una sensazione di estraneità continua, verso il paese di campagna e per forza di cose anche verso la città in cui rientravo, lontana da tutto l’accaduto dei mesi estivi o dei due giorni liberi dalla scuola.
Però qualcosa rimane, è pur sempre il posto che ho visto fin da bambina. Paradossalmente per me non esiste paesaggio più bello di quello delle colline del Chianti Pisano, tra Lajatico e Volterra, fino a Cascina Terme. Le Dolomiti saranno belle, il Chianti senese sarà bello, ma mai quanto quelle colline vestite di girasoli o vigne, intervallate da cipressi e gialle di grano o marroni di terra rivoltata. Mi piace percorrerle lungo le strade interne, ché quel paesaggio dalle grandi arterie non lo si vede. E gli odori di erbe, di sterpaglia umida o bruciata. E’ un senso di tranquillità benevola che mi pervade quando passo di li e so di non dovermi fermare per forza.
Mentre attraverso quei posti, penso che per apprezzarli devo stargli lontana. Sembra il leit motiv della mia vita: apprezzare solo ciò che è lontano.
Volterra era il posto dove andavo sempre, tutte le estati, anche solo per una mezza giornata. Volterra era una sorta di pellegrinaggio assimilabile a quello di mio nonno a Montenero: ci andava ogni anno, una visita veloce, ma doveva andarci.
Mi piaceva andare al teatro romano, girellare per le vie strette del paese, buttarmi nelle (nella?) librerie che trovavo e uscirne carica di libri, vedere le balze e Ombra della Sera. Sono affezionata a Ombra della Sera, lunga lunga e magrissima, un specie di filo dotato di braccia, gambe e testa. Mi veniva raccontata una storia circa questo bronzetto etrusco, che non riesco a ricordare bene…Parlava di un uomo molto basso di statura che soffriva molto per questo, e viveva sempre nascosto, fino a quando non si accorse che al calar della sera la sua ombra era molto lunga, e non si sarebbe potuto indovinare la sua vera altezza. Si dice allora che l’uomo in questione, forte dello stratagemma che aveva trovato, invitò la ragazza di cui era innamorato ad un colloquio parlandole nascosto, lasciando intravedere la sua ombra. Ma per la sua voglia di impressionarla, vedendo che indietreggiando l’ombra si allungava, indietreggiò talmente tanto da cadere dalle balze.
Non ho idea se questa storia sia vera o meno, e non mi interessa nemmeno saperlo. Non mi interessa che sia parte della tradizione del posto, è parte della mia personalissima tradizione.
Tornare a Volterra anni dopo ha significato confrontarla con l’immagine che avevo stampata nella mente, immagine che si legava a quei tempi passati, di caldi e assolati pomeriggi estivi in una sperduta località di campagna, senza nemmeno il mare a due passi.
La piazza dei Priori si è rimpicciolita. La ricordavo più grande, più ariosa. La piazza è la stessa di tanti anni fa, sono sicura. Ma gli spazi sono più stretti, come se i palazzi fossero avanzati, avessero chiuso le vie, tolto il respiro alla piazza. Probabilmente sono solo i ricordi della percezione spaziale di un bambino, diversa da quella di un adulto.
Quasi rimpiango di esserci tornata. L’immagine che avevo si sovrappone con quella reale. Avrei dovuto tenermi il ricordo, superiore, forse per affetto, a quello che è il vero.
Mi sono messa a setacciare i negozi di alabastro alla ricerca di orecchini, oggetto comprato forse l’ultima volta che ero stata li. Ne ho avuti almeno 3 paia: piccole lastre di alabastro tagliate in varie forme, una sicuramente era una goccia; alcune erano decorate, altre no. Nessun superstite: le lastre di alabastro sono fragili, basta che cadano a terra e si spezzano. La mia innata grazia di ragazzina non è riuscita a salvare gli orecchini al loro tristo destino
Li ho trovati: bianchi e lisci, come marmo, ma quasi trasparenti in alcuni punti tanto da far passare la luce. L’alabastro è una sorta di velo di tulle davanti agli occhi. Erano a goccia. Ma non in lastra, una goccia a tutto tondo. Dopo quindici anni trovarli uguali a quelli perduti era forse chiedere troppo. Un po’come chiedere alla piazza di non cambiare proporzioni, invece di contrarsi su se stessa come ha fatto.
Roma è bella sempre, vista da un motorino ancora di più. Sarà che da un motorino non l’avevo mai vista. Vista dalla macchina, dai tram, dalle passeggiate a piedi, ma non da un motorino.
Cosce al vento in pieno gennaio, appiccicata a Dariuska, mi sento un po’ Audrey in Vacanze Romane. Anche se lei le cosce al vento, da vera signora, non le aveva.
Nonostante la stagione monsonica che l’ha colpita, Roma sfoggia un cielo limpido e una temperatura clemente. Al primo risveglio nella capitale, guardo istintivamente il cielo ed esclamo solo “che bello, è azzurro”, come facevo a Lisbona. Come faccio con Lisbona faccio con Roma, starei ore a guardarla. Mi piace in tutto, pure le periferie squallide mi piacciono.
E mentre sono sul motorino non mi stanco di guardare da un lato e dall’altro, riempiendomi gli occhi di tutto, che tutto mi piace. Anche passare dall’Olivetti, che è uno scempio alla città, ma appena dietro si apre la bellezza e la sobrietà del Campidoglio, solo inizialmente nascosta da quel mostro bianco. Praticamente uno vede prima l’orrore, poi si ritempra.
I pini, i colli, l’antico ed il moderno messi insieme, il sacro ed il profano, le strade dissestate, le vie ribaltate per cambiare i bocchettoni del gas, i tram che si scontrano, il traffico spaventoso.
E la romanità, che è così differente dal mio modo di essere e di fare. Per quanto vicini, hanno poco a che vedere con i toscani, in particolare con i fiorentini. Una cordialità, un calore umano, una disposizione al sorriso e alla battuta che qui non riscontro. Sarà davvero che allora noi siamo nordici? Da noi l’aria di quartiere, di rione, non c’è. Qui c’è l’individualismo più sfrenato, anche se spesso apprezzo la famosa volontà di “farsi i cazzi propri” che c’è da queste parti. Ho un rispetto infinito per il privato degli altri: qui non si insite, non ci si prendono confidenze, si mantengono le distanze. Siamo davvero più vicini ai milanesi che ai romani? La cosa mi fa un po’effetto, ma forse si. Che poi questo culto del privato c’è in apparenza, la tendenza al pettegolezzo è forte pure da queste parti.
Manca il sorriso la mattina, quando entri nel bar a prendere il caffé. Il più delle volte sembra che tu stia rompendo le scatole al gestore, e quando c’è gentilezza mi stupisco quasi. Manca quella voglia di prendere in giro, quella attitudine allo scherzo, quella confidenza presa anche se non vuoi darla. Sono la prima a non prendermi confidenze, a rimanere al mio posto, a sorridere educatamente ma senza una parola in più o in meno. Una cordialità fredda e distaccata. Sarà che vengo scambiata per slava, sarà che sono un po’ snob, sarà che forse sono davvero fredda, in prima istanza. Una questione di educazione, mi è sempre stato detto. E rimango sorpresa, spiazzata, quando trovo qualcuno che invece dice una parola in più, stupita da un atteggiamento diverso. Sarà la diffidenza. Mi ci vuole tempo, poi rispondo sulla stessa scia. E’che la cortesia, il sorriso allo sconosciuto, il prendersi delle confidenze non fanno parte della gente di qui. Per questo stranisco molto qui, meno a Roma.
Alla fine mette bene il barista settantenne del bar in cui entriamo due minuti prima della chiusura, e che invece di infamarci ci saluta col suo “Digaaaaaaaaaaaaa”, guardando il gruppo formato da me, Giò e Dariuska, ex stagisti di Ambasciata ed Istituto Italiano a Lisbona, di nuovo insieme dopo oltre tre anni. Un gruppo formato da una di Latina, residente da anni a Roma, uno di Foggia che ha vissuto diversi anni a Milano ed ora residente a Roma ed una toscana che parla un pratese – fiorentino – pisese (pisano e livornese) che a Roma non ci risiede e sostiene che le piacerebbe, probabilmente perché è l’unica a non abitarci, visto che gli altri due meditano la fuga dalla città. Ripensandoci forse non potrei sopportarla, visto che mi infastidisce il traffico di Firenze.
Ma infondo l’andarci solo a volte rispecchia appieno la mia personalissima teoria, che dice che bisogna tenersi a debita distanza da ciò che desideriamo, dal bello, dal piacere e dall’anelato, perché una volta raggiunto questo non è più così irresistibile, perché se si potesse godere tutti i giorni del bello, del desiderato e del piacere, poi ci risulterebbe insopportabile. Verrebbero fuori i difetti. Per questo ho la mia teoria del desiderio che mi impedisce di realizzare a pieno quello che vorrei.
Certo che dobbiamo essere buffi, di nuovo insieme tre anni dopo, e sembra siano passati due giorni. Dobbiamo essere buffi agli occhi dei gestori ed i clienti del ristorante eritreo, tre seduti ad un tavolo che ridono ininterrottamente per quindici minuti sul niente, su parole non capite e sul fatto che ci troviamo mentalmente peggiorati e ne siamo anche fieri. Si, saremo anche buffi, ma sempre meno della camicia del gestore e del cappotto zebrato di un’avventrice, però.
Mentre torniamo a casa, di nuovo sul motorino, di nuovo con le cosce al vento e la gonna impregnata dell’umido caduto sulla sella penso che ammiro da morire Dariuska e la sua voglia di mettersi continuamente in gioco, di non fermarsi, di fare pacchi e pacchetti ed andarsene sei mesi in Spagna, per poi tornare in Italia ma non si sa bene dove, mentre programma dottorati negli Stati Uniti e salti nel buio in Australia. Io invece non ho più voglia di impacchettare cose per sei mesi e poi tornare qui, non ho più voglia di cose a tempo. Non dovessi obbligatoriamente tornare, forse partirei, ma ormai sono legata a doppio filo a Firenze, mio malgrado. Forse mi hanno stancato tutti i traslochi finiti male a Lisbona. Forse mi lascio sempre guidare da un briciolo di follia, ma non così tanta, o ultimamente cerco di tenerla un po’a freno, la follia. Ma cosa sarebbe la mia vita senza un pochino, almeno un pochino di follia che ogni tanto prende il sopravvento?
La mattina mi sono svegliata, e dall’alto ho guardato un cielo di nuovo azzurro ed i tetti di Roma coperti di sole. C’era una temperatura ingentilita, nemmeno troppo invernale, sicuramente più mite di quella che ho ritrovato alcune ore dopo a Firenze. Ho guardato i tetti, ho sentito improvvisamente gli occhi lucidi. Si, c’è poco da dire. Roma è proprio maggica.
L’ultimo saluto a Lisbona è stato, come sempre, sorprendente.
La mia amante ritrosa e arrabbiata mi si è negata per giorni, si è nascosta. Non mi ha guardato, girando dall’altra parte il volto e nascondendomi i suoi occhi, azzurri, come il suo cielo, come il suo fiume, come l’oceano. Lei, vestita di bianco, come i suoi marmi, e di rosso, come il suo ponte. Per la prima volta, dopo sette anni che la frequento, ho avuto una sensazione di estraneità. Ho dovuto riguadagnarmela. Alla fine si, erano quasi due anni che non ci vedevamo. Togliamo i due giorni di agosto, quelli non contano. Non contano in questo incontro. E dopo due anni, l’amante abbandonata si è vendicata. Ma alla fine si è arresa. O forse chissà, si è vendicata in modo ancora più sottile: si è voltata, e mi ha dato l’ultimo infinito bacio che solo lei sa dare, regalandomi, dopo giorni di pioggia e grandine, il più grandioso cielo mai visto, di un azzurro intenso e forte. Non ci si stanca di guardarlo, quel cielo. Quel colore che solo li esiste. E la luce. La luce calda del sole tardo, a lumeggiare di oro i palazzi ordinati della baixa pombalina, le case arroccate sulle colline della Mouraria, i resti sublimi del Convento do Carmo. Si è messa il vestito più bello, il profumo più soave e mi ha dato quel bacio che sa di addio e sa di “adesso non mi dimenticherai mai”.
Ma chi la può dimenticare? Chi dimentica il suo respiro? Chi dimentica che in mezzo alla Praça do Commercio, la piazza più grande del mondo contando che il suo quarto lato è il Tejo, la piazza dove l’azzurro del cielo e quello del fiume si toccano e si confondono, ho aperto le braccia per toccare l’infinito?
Lisbona, quel posto dove mi sento e non mi sento a casa, dove tre giorni fa ho detto per la prima volta “non so se adesso sarei capace di vivere qui”, quel posto che mi rigenera sempre, e mi fa tornare il sorriso nonostante tutto. Quel posto dove per una settimana mi sono aggirata con un’aria insolitamente francese, col mio cappellino di lana verde azzurro, quel posto che mi ha sorpreso con un freddo totalmente inaspettato, con le sue case vecchie e senza riscaldamento.
Lisbona, che ho trovato invecchiata, come sono invecchiata io. Lisbona che bene o male, è sempre la stessa. Le stesse persone, gli stessi rituali, a volte profondamente irritanti. A Lisbona sembra che a volte il tempo si fermi: un’immutabilità e un’immobilità che mi rinfrancano. Sono le contraddizioni che ci accomunano: io che non riesco a stare ferma, che sembro sempre un fiume in piena, poi ho un terrore disastroso di qualsiasi cambiamento. Di fondo sono un’abitudinaria, io che odio le abitudini e non sopporto la routine. Ma è come se dovessi avere delle piccole cose, che stanno ferme, almeno loro, a darmi fiducia. Degli appigli, forse. Dei punti a cui aggrapparmi.
Lisbona, dove l’impossibile non è contemplato, dove il caso è giocato da lei; lei sola tiene in mano i fili del destino. Lisbona, che mi regala un’ultima notte infinita e bianca, che mi fa pensare a quanto il caso sia “engraçado”, se così vogliamo dire, o a quanto forse lanci messaggi che poi non vogliamo intendere. Che mi fa dire che tutto, almeno li, è possibile, e che veramente, a volte, il tempo, gli anni che passano non contano niente. Quel che deve accadere accade, diceva una canzone.
L’ho accarezzata con lo sguardo un’ultima volta dall’aereo, vedendola diventare sempre più piccola, quasi una miniatura di se stessa, e mi sono chiesta come si possa non amarla. Come si possa restare indifferenti a lei, che abbraccia l’oceano. E ho ripensato a perché io abbia desistito, perché io abbia abdicato, rinunciando a vivere non li quanto a vivere del Portogallo, di quella lingua che amo e che è esteticamente bella, di quella cultura ricca e fiera, di quello sguardo costantemente puntato verso l’ignoto che è tipico del popolo portoghese, vivere di quei tratti tutti loro, del mare, della scoperta, del rimpianto. Ci pensavo con un po’di tristezza durante la cena col giovane scrittore e gli altri professori e critici, sentendomi così lontana da quel mondo che era mio, un tempo.
Ci pensavo, mentre assaporava la solita tristezza che mi prende quando sono sull’aereo e la guardo dall’alto, Lisbona. Mentre penso che vorrei andare in qualsiasi posto che non sia questo dove sono tornata adesso, mentre mi tenevo stretta la calma, il rilassamento mentale che lei mi ha dato e allo stesso tempo già mi preoccupavo per quello che avrei ritrovato qui. Succede sempre così: le ultime due notti che passo a Lisbona vado a letto e finisco sempre per sognare quello che mi aspetta in Italia: i problemi, le ansie, le dinamiche stanche e quasi ineluttabili che io rimetto sempre in moto.
Ci pensavo, mentre l’aereo ultrapassava le nuvole che coprivano l’azzurro forte del cielo di Lisbona. Che Lisbona ha brillato il giorno prima, nel giorno dell’addio.
PRATO E’ UNA STAZIONE SULLA VIA DI FIRENZE
Così l’ha definita un signore greco.
Il greco l’ho conosciuto lavorando, vomitato fuori da una delle navi che affollano il porto di Livorno. Ho conosciuto vari greci e greche. Ne avessi conosciuto uno normale. La stessa cosa la disse un mio amico portoghese che era andato in erasmus ad Atene. “os Gregos sao maluquinhos!”. Come se lui fosse la più centrata delle persone, invece. Lui era uno degli esseri più assurdi che avessi incontrato a Lisbona. E a Lisbona ho un bel campionario di esseri assurdi.
Il signore greco parlava italiano e faceva questione di parlare italiano con me. Arrivati a Firenze i suoi occhi si sono illuminati. Mi ha detto con la voce rotta dalla commozione che lui aveva studiato a Firenze. Era stato in Italia una trentina di anni fa, e ci aveva vissuto per un annetto.
A Firenze studiava architettura. Mi ha chiesto dov’era la facoltà, voleva andare a vederla di nuovo. Si ricordava che era verso belle arti, in centro. Doveva essere in via Alfani, dove ora ci sono dei dipartimenti di lettere e filosofia, la facoltà che ho fatto io.
Era bello vederlo, perché aveva lo stesso sguardo che ho avuto io quando sono tornata in Alfama mentre ero a Lisbona per lavoro ed ho visto il balcone della casa dove abitavo.
Io ed il greco ci capivamo con un’occhiata, quello sguardo di chi ha scelto una seconda patria. La prima se l’è trovata, la seconda se l’è scelta. Quello sguardo colmo d'amore e di ricordi di chi ritorna a casa, la casa che si è scelto, la casa della sua giovinezza, la casa elettiva. Quello sguardo quasi da esule che torna in patria.
Parlavamo di questo nel viaggio verso Pisa e in quel momento gli ho raccontato di Lisbona, ma sembrava che lui lo sapesse già. Mi disse che lui, oltre ad aver studiato a Firenze, aveva abitato a Modena. Ma Firenze gli era rimasta nel cuore. Mi ha chiesto dove abitassi, e quando gli ho detto Prato, ecco che lui ha detto “Prato…Prato, si, me la ricordo. Per me che venivo da Modena è una stazione che c’è prima di Firenze.”
Mi sono chiesta che diavolo di vita era studiare a Firenze e abitare a Modena. Ma forse veniva a Firenze solo per dare gli ultimi esami mentre già lavorava a Modena. Comunque , non era questa la cosa che mi interessava in quel che mi aveva detto.
Mi interessava la percezione che aveva avuto di Prato. Che effettivamente non è niente se non una stazione prima di Firenze sulle linee ferroviarie che uniscono il nord al sud.
Questa stazione prima di Firenze in cui sono capitata a vivere quasi per caso, non avendo famiglia originaria di qui. Questa stazione prima di Firenze che va a finire mi piace anche. Di cui mi sento e non mi sento parte. Io che mi sento parte di qualsiasi città dove abbia vissuto, anche per un brevissimo periodo. Lisbona, Dublino, Londra.
Questa stazione prima di Firenze che mi stringe e mi toglie il fiato, mi soffoca, ma allo stesso tempo mi aspetta e mi accoglie sempre.
Ogni partenza comporta un ritorno. Ed il ritorno è sempre qui. Lo pensavo mentre andavo via, mentre attraversavo l’appennino su un treno e l’ho pensato mentre tornavo. L’Appennino in quel tratto è bello. La vallata ha dei colori splendidi. Mi piacciono infinitamente dei tratti di questa città, bistrattata e conosciuta solo come la città dei cenci prima e dei cinesi dopo, questa città comprata per diciasettemila fiorini da Firenze, una città che è costata ben meno di una Porta del Paradiso. Il Duomo. Piazza Sant’Agostino. San Francesco. Galceti ed il Monteferrato. E la vallata. Vaiano e Vernio. Mi piace anche il rumore dei telai, che ora non si sentono più. Ma lo ricordo bene. Erano telai da tutte le parti. Ci pensavo mentre passavo sopra Vaiano, e mentre il treno correva sopra Vernio pensavo alle domeniche dei poveri passate in Carigiola, a fare il bagno nel fiume perché al mare mi faceva fatica andarci. L’acqua freddissima, il primo sole a colorare la pelle. Ricordo di un’estate finita, mentre mi guardo gli stivali e penso che tornerà il freddo e la pioggia, e le serate nei locali chiusi. E mi intristisce un po’, il pensiero dell’inverno. Estate, sei calda come i baci che ho perduto, cantava Bruno Martino, ma io non odio l’estate. L’estate mi manca già, anche se io me la godo poco.
Sono tornata, avevo veramente bisogno di andare un po’ via. Nel ritorno guardo questa stazione prima di Firenze dall’alto. La accarezzo piano. Ripenso a quella volta che sono tornata davvero e non avrei voluto tornare. L’ho odiata. L’ho odiata profondamente. Mi sono dibattuta tra qui e Lisbona, cercando di vivere qui e li. Ho sempre vissuto tra qui e Lisbona. Ma al ritorno, quello vero, l’avrei rasa al suolo. Poi, col tempo, è passata la rabbia. Poi non si può vivere in due posti. Bisogna sceglierne uno.
E’ capitato così. E’ capitato qui. Non è stata nemmeno una scelta conscia. Ma alla fine, tutto sommato, soppesando quello che ho perso e quello che ho incontrato, è stata la migliore.
Sono tornata. E quando parto vorrei arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile, pur amando profondamente il tempo del viaggio. Il viaggio di ritorno, invece, non è mai lungo abbastanza. Il viaggio di ritorno, che è quella splendida sospensione tra il prima ed il dopo, che è una dimensione spazio-temporale a se stante. Bisognerebbe che durasse un tempo infinito, il viaggio di ritorno.

Il grosso del lavoro c'è sempre in concomitanza di qualcosa di gustoso, da acquolina in bocca.FROM RUSSIA WITH LOVE

E anche
Tornata ieri sera da un viaggio cominciato con una lunga, infinita, tirata notte bianca, dato che l’aereo partiva alle 7 del mattino da Verona.
Primo impatto con il gruppo: tremendo. Avrei voluto tornarmene a casa con l’autista. Ci sono momenti in cui le persone mi sono estremamente sgradevoli, specialmente quando fanno domande a cui effettivamente non c’è modo di dare risposta, o quando devono criticare tutto solo perché sono stanche. Io invece sono fresca come una rosa, e il sonno non lo sento, sapete cari i miei clienti, sono un cyborg, mica una donna.
Fortunatamente, una volta tanto, la prima impressione non è quella che conta e a parte alcuni simpatici “diti al culo” (che ci sono fisiologicamente in ogni gruppo) e qualche signorotta musino strinto che di ogni luogo aveva da dire “Eh, ma questo ci s’ha anche a Firenze. Eh, ma a Firenze s’hanno cose più belle! Eh, ma come si mangia a Firenze qui non si mangia! Eh, ma la roba che c’è a Firenze…!” (ma se Firenze ha tutto e il meglio, cazzo viaggi? Stattene a Firenze e non tediare il resto dell’umanità), il gruppo in questione mi ha riservato delle belle sorprese. Persone simpatiche, divertenti, serate passate a ridere e scherzare. Meno male.
Di Mosca avevo ricordi vaghi e annebbiati. Ricordo che ogni monumento, ogni lapide, era sorvegliata da persone dell’arma, alle volte anche bambini, che facevano sempre il cambio della guardia. E ricordo benissimo il corpo Lenin conservato nel mausoleo.
Adesso il cambio della guardia si fa solo davanti al Cremino. Tutti i monumenti, le lapidi, io non le ho più viste. Forse, senza l’apparato rappresentativo, non si notano più. Forse sono state rimosse, come se insieme a loro si potesse rimuovere un passato ingombrante. Fortunatamente, nel bene e nel male, il passato non si rimuove mai.
Mosca è immensa, tentacolare e frenetica. Il capitalismo in Russia è entrato prepotente e nella sua forma peggiore e più perversa. E’ un continuo contrasto: le costruzioni in stile “barocco staliniano” rappresentato tuttora gli edifici più interessanti. Arditi e altissimi palazzi con emblemi di stelle o falci e martelli e accanto insegne luminose e mastodontiche che pubblicizzano una qualsiasi cosa. Il rigore delle costruzioni e i casinò illuminati della nuova Arbat. Il lusso dei nuovi ricchi accanto alla povertà di chi vive di espedienti. L’inglese lo parlano solo alla reception dell’albergo, al di fuori di li è solo russo. A parte quelli che cercano di vendere libri, souvenir e cose varie per strada. Quelli parlano anche l’italiano. Ma a parte questo, se non parli russo, nessuno fa il minimo sforzo per capirti. E pensare che quella è una nazione in espansione. Ma la percezione è che in molti non siano ancora pronti per certe cose e che non lo siano stati per il repentino cambiamento che li ha investiti.
E poi le chiese. Bellissime, artisticamente splendide. Il rito ortodosso ha un fascino innegabile, con l’iconostasi a marcare il confine tra umano e divino e la messa cantata, le voci che si intrecciano a tessere melodie piene. E poi del russo non capisco una parola, ma ha delle sonorità bellissime.
Risaputo, ma lo ripeto, i preti ortodossi si devono sposare, altrimenti non possono diventare preti. E quando ho saputo che la moglie del prete diventa la “pretessa”, nonostante la mia inesistente propensione al religioso, ho avuto un istintivo moto di fare la caccia al giovane pretino solo perché mi piaceva l’appellativo. Ho perso ogni speranza. I futuri pretini erano troppo giovani. E sinceramente nemmeno troppo belli. E poi i problemi di comunicazione erano decisamente insormontabili.
Ricordo una lunga fila di persone, una stanza buia e fredda e al centro Lenin, illuminato da una luce chiara. Non ci si può fermare davanti al corpo, si deve continuare a camminare. Avevo cinque anni, e questa novella discesa all’Ade, questa specie di congiunzione tra presente e passato mi aveva emozionato. Non sapevo nemmeno chi fosse quell’uomo dal naso affilato, all’epoca. Era una cosa che avrei voluto rivedere, per riscoprire quelle emozioni, o sentirne di nuove, sapendo adesso chi è quell’uomo e cosa rappresenta, almeno per me. E non ce l’ho fatta. Il mausoleo sta aperto solo 3 ore al mattino e i tempi del tour erano serrati. E c’era il trasferimento a Leningrado, 6 ore di treno dalla capitale.
Leningrado è bella da togliere il fiato.
Si vede che non è una città fondata spontaneamente, ma che è stata voluta dello zar come capitale del regno. Quasi a significare una sua nuova nascita, quasi a significare una sua onnipotenza.
Leningrado non è solo questo. Leningrado è la città simbolo della Russia, la capitale culturale, la città d’arte e soprattutto la città eroica per la sua resistenza all’infinito assedio nazista. E’la città della rivoluzione, con l’incrociatore Aurora che spara a salve per dare il segnale che ne sancisce l’inizio. A Leningrado c’è piazza Lenin, dove resiste una gigantesca statua di Lenin, appunto. Il suo cappotto è spostato dal vento, lui è sorridente e indica qualcosa. Il futuro, forse. Per quanto ci sono stata ho notato, nelle lunghe giornate di Leningrado, in cui la notte arrivava quasi a mezzanotte per terminare pochissime ore dopo, che è una piazza molto animata. Una specie di struscio della zona sud della città.
Girellando nel mio albergo ho però capito che c’è una cosa che spesso faccio che li non posso fare. O per lo meno non avrei potuto farla in quella hall. La cosa in questione è starmene seduta da sola ad osservare le persone. Viaggiando spesso da sola, o facendolo per lavoro, mi capita e mi piace sedermi in un posto ed osservare ciò che mi circonda. In quella hall sarei stata scambiata per una prostituta. Io non l’avevo mai visto, prostituzione nella hall degli hotel. Forse sono un po’ naif io, ma non mi era mai capitato. Li c’erano dei posti direi fissi, visto che tutte le sere c’era sempre la solita ragazza nel solito posto, le ragazze sedute in attesa, giovani e bellissime. E nel vedere la cosa (ovviamente ho capito di che si trattava dopo aver visto una “contrattazione” e l’avviarsi dei due negli ascensori) mi sono domandata se la spinta che ha portato queste ragazze a fare questa scelta è la misera, o la voglia di riscatto, o semplicemente la voglia di un alto tenore di vita. Non saprei darmi una risposta, so che come visione mi ha messo una grande tristezza.
Una forma di allegria me l’ha messa il provare di nuovo una sensazione perduta, che non si recupera facilmente. Perché una volta fatto quel passo non si può tornare indietro. Parlo dell’emozione che si prova nell’imparare a leggere. Ho provato di nuovo la sensazione che hanno i bambini quando vedono le lettere danzare, come strani segni indecifrabili. Ecco come mi sentivo davanti al cirillico. Poi la fortuna di incontrare un giovane “maestro” siberiano, che nelle 6 ore di treno che separano Mosca e Leningrado, mi ha insegnato a leggere, mentre voleva che gli parlassi in italiano perché è una lingua che adora e che capisce anche se non riesce più a parlare, anche lui affascinato dai suoni delle lingue come me, anche lui laureato in lingue come me, anche lui nato nel mio stesso mese e nel mio stesso anno. E da li allora ho cominciato di nuovo di nuovo a leggere, sillabando piano, andando a tentoni, fino a vedere che da un momento all’altro quei segni prendono un senso.
E poi di nuovo il caso e la fortuna. Il concerto dei Rolling Stones nella meravigliosa cornice della Piazza d’Inverno, nell’ultima notte di permanenza in città. In quel momento ho capito quanto il mio iniziale analfabetismi mi avesse pregiudicato. Avevo visto i manifesti a Mosca, ma ovviamente non potevo comprendere il quando ed il dove dell’evento. Quando l’ho capito era tardi, ed ormai i biglietti erano troppo cari per il mio scarso budget. Ma decido che almeno voglio provare a sentirli, sono leggende viventi per me. E allora da sola prendo la metropolitana, me ne vado in giro per
Mick Jagger è in una forma splendida, non si ferma un attimo, prova anche a parlare russo. Gli Stones continuano ad incantare e sprizzare energia da tutti i pori, continuano ad essere loro il rock ‘n’ roll.
E allora arriva il momento in cui sento l’emozione forte e la felicità di essere li, di vivere quel momento, per il luogo, per l’atmosfera, per gli Stones, per quello che tutte queste cose insieme significano per me e sento la voglia di condividerla, con chi penso che sia l’unica persona che possa capire quello che sto sentendo. Mando un messaggio che è pura poesia.
Ricevo in cambio silenzio.
Si dice che il silenzio valga più di mille parole.
No.
Non in quel momento.
In quel momento una parola, anche una sola, avrebbe avuto molto più valore del silenzio.
THE MORE YOU IGNORE ME THE CLOSER I GET

Sono mancata per un po’di giorni. Sono stata lontana fisicamente e mentalmente. Ne avevo bisogno.
Andiamo con ordine: l’esame è stato superato. Brillantemente superato, per giunta. Allo scritto ho totalizzato uno dei punteggi più alti; l’orale è cominciato prima con l’inglese, poi con il portoghese ed infine c’è stato il colloquio generale con la commissione. Le lingue non mi preoccupavano. Era l’esame con la signora guida pronta a spulciarmi che mi terrorizzava. Tanto più che quando sono entrata stava praticamente maciullando una mia amica ed un’altra è uscita dicendomi “è fissata con
Panico.
Quando è arrivato il mio turno mi sono presentata pure spavalda: gran sorriso, battutazza perchè mi sono dovuti venire a chiamare fuori (ero a fumare uno dei miei immancabili cicchini), chiacchera infinita.
La mia fortuna è che siamo partiti da Orsanmichele: ho iniziato a parlare a mulinello. Di qualsiasi cosa: scultura, pittura, arti, S.Anna protettrice delle libertà fiorentine, stai e braccia. Anche delle vetrate. In quel momento dovevo trasudare amore. E’ che, nonostante la tesina che mi ha un po’ammorbato negli ultimi momenti, Orsanmichele è una chiesa splendida. Peculiare. Un misto di laicismo e luogo di fede, simbolo dell’unicità di Firenze. Una chiesa che era un granaio, una chiesa patrocinata dalla arti.
E a parte tutto è esteticamente bella. E questo può bastare.
Dovevo trasudare amore e passione: la guida mi guardava sorridente e annuiva, il resto della commissione, quando mi stata fatta un’altra domanda, ha detto “di già? Ci stavamo appassionando.”
Forse è stata questa passione che mi ha un po’ salvato. Anche perché la domanda dopo era sul Bargello. Poteva starci, ma momento di buio totale. Non so nemmeno io come ho fatto a tirarmene fuori; la guida poteva infilare tranquillamente il dito nella piaga…Mica è un museuccio minore. La guida mi ha guardato ancora sorridente e mi ha detto: “Ma si, andiamo all’Accademia, che magari ti ci senti meglio”. Sala di Michelangelo. Non poteva andare meglio: l’altra tesina era sulla sua scultura. Ma non poteva andare meglio perché nella sala di Michelangelo c’è il San Matteo e ci sono i Prigioni, ancor più del David. Perché i Prigioni nel loro non – finito, nel loro sforzo di liberarsi dalla materia che li comprime e li opprime, sono le sculture che amo di più di Michelangelo. Probabilmente ho tirato fuori amore e passione anche li. La guida mi ha guardato ancora sorridendo ed ha detto “Per me può bastare così”. E dopo mi sono presa i complimenti della commissione.
Dunque adesso sono ufficialmente una guida di Firenze e provincia. Ancora devo festeggiare degnamente con le mie colleghe: abbiamo detto che una serata in cui ci trasciniamo sui gomiti da quanto ce l’abbiamo alta non ce la leva nessuno.
Dopo pochi giorni dall’esame ho fatto i bagagli e sono partita: London calling!
Londra è bella, io me la ricordavo bella, si, ma non così tanto. L’ho trovata cambiata, e molto. Probabilmente perché sono anche cambiati gli occhi con cui la vedo: la percezione dei luoghi, ma anche delle vibrazioni che riesce a mandare una città, cambia molto dai 15 ai 27 anni. Adesso mi sembra ancora più bella e piena.
Mi ha accolto con il sole, rivelandomi colori di una potenza inaudita, mostrandomi un cielo che quando non è oscurato dalle nubi abbaglia ed incanta. Mi ha regalato notti brevi e chiare e albe dorate che quasi toccavano il tramonto da quanto avvenivano presto al mattino.
Ho camminato per ore e ore, ho attraversato i ponti e guardato il Tamigi, io che amo il mare, che amo l’acqua, anche un fiume va bene quando taglia in due la città. La rende più luminosa. Mi sono infilata nei negozi di dischi, sono stata li a scegliere e scartabellare, per poi cadere su un vinile degli Smiths ed uno doppio dei Velvet Underground, ho portato via libri e immagini. L’ho girata con addosso la mia pesantissima macchina fotografica, le ho cercato gli occhi, come li cerco a Lisbona.
Non so se li ho trovati, ma ho trovato particolari e sfumature splendide.
Di Londra amo il suo essere tutto ed il contrario di tutto. Per me è un po’ il centro dell’Europa e del mondo: a livello storico, letterario, culturale, ha sempre rappresentato un centro importantissimo. E non ostante il suo essere “il centro del mondo” la sera è forse più vitale la mia Lisbona.
Amo la sua parte così posh e signorile, il centro, lo West End, la zona dei teatri: mi vengono i brividi quando cammino in quella zona, quando mi giro e vedo che ci sono i musical in ogni teatro, quando vedo che “The Phantom of the Opera” è la da decine di anni.
Si, adoro i musical. Che ci posso fare. Peccato che a Londra abbiano dei prezzi un po’proibitivi; almeno per il mio budget.
Però amo anche la parte più popolare della città, amo i suoi contrasti, il melting pot che è diventata.
Amo le sue tradizioni obsolete e fuori dal tempo, la monarchia che è un simbolo. Ed il cambio della guardia fatto al suono di un medley dei Beatles. No, io solo perché mi vedo “l’esercito” di Her Majesty che mi fa il cambio della guardia suonando i Beatles mi emoziono: tutto è tradizione, dalla più antica a quella più moderna.
I ragazzi con le divise della scuola: ne ho visti quattro in Covent Garden che erano un misto tra i FabFour ed Harry Potter. Splendidi. Non gli staccavo gli occhi di dosso.
E poi Brixton.
La mia base per una settimana. I colori forti, gli odori penetranti, la musica sparata a tutto volume: ovviamente di base c’è il regge, visto che a Brixton la comunità più nutrita è quella degli antilliani e jamaicani. Ma anche la musica araba che viene fuori dalla pescheria tenuta dai pachistani, e poi i negozi portoghesi, con “Continental Delicatessen” e la macelleria “U talho”, dove campeggia sull’insegna il celeberrimo scudo lusitano e la nazionale bandiera verde e rossa viene issata ogni giorno. Brixton e le grida, le litigate dei jamaicani, i racconti allucinanti, Brixton dove sono nati i Clash, dove sono nate le rivolte, dove è nato il mio amato White Duke.
Il tempo che cambia otto volte in un giorno, il caldo del sole ed il freddo barbino delle giornate di pioggia. L’alba del solstizio estivo a Stonehenge che mi sono persa perché non mi sentivo tanto bene. Vabbè, tanto era nuvolo ed il sole non l’hanno visto nemmeno i semi druidi e sciamani che c’erano li…
E poi il santo bevitore. Parole e risate, una bottiglia di whiskey finita la sera in cui sono arrivata, in piedi fino all’alba. Una serie di taciti buoni propositi che sia io che lui avevamo fatto, una specie di armistizio silenzioso, concorde, sebbene nessuno ne avesse fatto parola. Troppe implicazioni, troppe confusioni, troppi cambiamenti, troppa acqua che scorre sotto il ponte degli anni che passano. Nonostante il ricordo dei tempi che furono, tacitato.
Ci comportiamo da amici, evitiamo anche di sederci troppo vicini, di rimanere soli. Io lo capisco, capisco la distanza che c’è, anche io la mantengo. Tra l’altro ho molte altre cose da fare.
Però poi certe cose ritornano fuori. Preponderanti. Per rimanere circoscritte dove sono, ma è qualcosa che forse non riusciamo né vogliamo trattenere.
Una sera insieme. In centro a Londra a bere, iniziando con un’enoteca, per poi finire ad un baretto dove tutto costava 3£. E allora dagli a grappa e gin tonic. Balliamo, ci avviciniamo, forse troppo. E allora rimettiamo in piedi le distanze.
E parliamo di futuro, di quello che viviamo, delle ambizioni che abbiamo. Finché non gli dico qual è la cosa che mi fa muovere costantemente: il fuoco. Qualsiasi cosa io faccia sono mossa dal fuoco e dalla passione. Nonostante la mia scarsissima inclinazione verso la spiritualità (cosa che non capisco e tendo a sopportare molto poco, così come tutte le teorie new age e affini), nonostante mi dipinga come una positivista pura (e forse anche una materialista), io se non sento la passione, se non sento il fuoco che mi brucia dentro non riesco a fare niente. Il santo bevitore mi guarda: “E allora seguilo. E’ una fortuna sentirlo ancora, sentire questa cosa che si muove e ti muove”
“Si, ma alle volte ti ci bruci. E anche tanto. Non ti salva mica da tutto. Anzi, il più delle volte ti crea dei grossi problemi…”
“E’ una fortuna sentirlo ancora. Non so quanto anni sono che io non sento quella cosa li, che non sento il fuoco in quello che faccio.”
Mi ha un po’ incupito questa cosa. Ma vedendo la sua vita, fatta di piccole cose e all’apparenza così felice, io mi chiedo se infondo non sia la sua, la ricetta della felicità.
Usciamo di li e incontriamo un polacco allucinato ed allucinante che ci fa fare il giro della piazzetta di Soho col suo risciò, mentre ci racconta che ha praticamente girato il mondo. Guida come un pazzo, manca poco ci cappottiamo. In una di queste evoluzioni mi ritrovo spalmata sul santo bevitore, che allunga la zampetta, mi abbraccia, mi prende le mani e me le bacia; ci guardiamo come due ebeti, momenti interminabili.
Una specie di stream of consciousness che ci riporta sei anni indietro.
“Sai qual è la cosa? Che dopo sei anni non cambia un cazzo. Tutte le mie buone intenzioni...Sono andate decisamente a farsi fottere”. Lo so. Anche le mie, di base. Ma non so quanto non cambi niente.
Qualcosa è cambiato, si, ma per un attimo, per quelle ore, siamo tornati a sei anni fa. Dalle nove la sera alle cinque di mattina abbiamo vissuto in una specie di bolla di sapone dove abbiamo brindato al passato e dove siamo tornati al passato, consci entrambi che la cosa si sarebbe chiusa li.
In un altro local passano Morrisey: "the more you ignore me, the closer I get, you're wasting your time". Mai canzone fu più appropriata. It's war. it's war. It's war...war...war...
Siamo tornati a casa, gli occhi ancora gonfi di quello che avevamo visto, le mani ancora a cercarsi, prima di tornare alla normalità.
No, ignorarsi è praticamente impossibile. Quel sottile filo rosso…Ma il passato non ritorna. E, se devo essere sincera, è anche un bene.
E’ che il santo bevitore è sempre lui, si, ma è come se fosse diverso. O forse sono diversi gli occhi con cui lo guardo. Forse sono diversi i modi in cui siamo cresciuti. Lui i suoi 37 anni non li dimostra affatto.
E’ come se percepissi uno iato che prima non vedevo; come se lui fosse rimasto a sei anni fa ed io no. A volte vorrei che il tempo si fermasse, cristallizzasse le persone ed i luoghi. O meglio: forse vorrei che io fossi la stessa di sei anni fa. Forse non è il santo bevitore a non essere più lo stesso. Forse sono io che non sono più la perla bianca. Adesso sono molto più scura, piena d’ombre.
Si, il santo bevitore è sempre lui. La perla bianca no.