L’unica consolazione che ho oggi è che per fortuna non ho manie riproduttive visto che i figlioli mi stanno esosi. Per lo meno mi evito la frustrazione di non potermi fare una famiglia e non mi accollo la responsabilità di buttare un altro essere vivente in un mondo in cui l’involuzione culturale e morale è palese. Quanto meno sarò l’ultima della mia stirpe a farsi il sangue amaro perché non si riconosce negli attuali valori (valori?) nazionali.
No, poi ci si domanda perché io tutti i giorni abbia per lo meno dieci minuti di nausea…
Le gambe che tremano, la testa in bambola, l’occhio perso e la bocca semi aperta. Insomma, al mio solito avevo sfoggiato una delle mie più intelligenti espressioni.
Per due anni penso di aver trovato le scuse più infime per andare dal fratello della mia amica, con la speranza di vedere Magnolia in classe, per due anni ho passato l’intervallo transumando davanti alla loro aula (ma sempre con molta discrezione), e per due anni tutte le volte che me lo trovavo davanti mi sarei voluta sotterrare. A quattordici anni non ero il massimo dell’avvenenza e nemmeno dell’intraprendenza, diciamocelo. Non che ora in quanto a intraprendenza si sciali, ma insomma. Almeno un po’ di goffaggine è andata.
Ricordo che al diciottesimo del famoso fratello dell’amica, il giovane genio volle pure presentarmelo, di forza. Uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita. Magnolia lo ricordo benissimo, aveva un maglioncino con scollo a V color salmone. Io di me ricordo solo che avevo in mano il cd dei Pink Floyd che dovevo dare all’amico di cui sopra. Magnolia si complimenta per il mio gusto musicale, io devo aver risposto qualcosa (di molto breve e poco intelligente) e con una scusa qualsiasi sono letteralmente fuggita dileguandomi tra le persone.
Magnolia durante i due anni di liceo che ci hanno visto uniti nella stessa scuola, ovviamente, non mi ha mai considerato manco di striscio. Ed io lo guardavo da lontano e sospiravo.
Magnolia l’ho sempre rivisto in giro, quando più quando meno, visto che è il front man di un gruppo che suona piuttosto spesso. Il suo gruppo è interessante, lui scrive le canzoni e ne cura i testi onirici e surreali, imbevuti di citazioni colte. Ha la voce un po’ alta (ma io lo dico perché sono una patita di voci basse) ma bella, un bel timbro, una bella intensità e sul palco è proprio bravo.
Magnolia l’ho sempre trovato un bel tipo, è ancora alto e magro, non ha più i capelli lunghi, li ha tagliati, ma gli sono rimasti gli occhioni azzurri ed il viso d’angelo, e dimostra meno dei suoi ormai quasi trentuno anni. Che a pensarci bene sono tutte cose che su di me non dovrebbero avere alcuna presa, visto che io sono amante dell’uomo mediterraneo, dei lineamenti forti e tutt’altro che angelici e soprattutto ho una discreta passione per i vecchi. Ma sarà che era il mio amore dei quattordici anni e che forse meditativo vendetta tremenda vendetta, io gli ho sempre portato un certo affetto e su di me ha sempre esercitato un certo fascino.
Magnolia è stato una delle mie meteore invernali. Ci siamo conosciuti ad una festa (no, sarebbe meglio dire che lui ha conosciuto me, perché io, chi fosse lui, lo sapevo benissimo!) e siamo usciti insieme qualche tempo. L’emozione di vedere il tuo amore dei quattordici anni che ora è li che ti chiama e che è lui che vuole vederti, che è lui che ti guarda imbambolato, pensare a come è strana la vita ed il gioco degli incontri che si ripropone quasi quattordici anni dopo. Le cene a casa sua (adoro un uomo che cucina per me), le discussioni di ore sulla seconda guerra mondiale e la resistenza, sui film di Pasolini, le citazioni di Landolfi. Poi io ho attuato una delle mie celeberrime fughe.
E ieri sera l’ho incontrato casualmente. Sempre molto carino, di modi e di persona. Mi è venuto a salutare con una sorriso splendido, mi ha abbracciato e mi guardava con gli occhi che brillavano. Ecco. Ma perché? No, perché tu, mio caro Magnolia, che sei intelligente, che sei così amorevole e dedito, che tutte le volte che mi vedi pare che tu abbia una visione mistica, che mi guardi e mi fai sentire l’unica donna per te esistente in tutto l’universo, insomma, perché tu che sei così creativo, ed anche interessante, tu che tieni le piccole cose che ti ho dato come fossero gioielli preziosi, tu che sei riuscito a capire una parte del mio mondo, insomma, tu che sei pieno di fantastici pregi, tu che hai solo un difetto…ma perchè quel difetto deve consistere nell’essere completamente FOLLE E FUORI DI TESTA????
(No, poi dice “perché hai cassato pure questo?”…)
Il tragitto Firenze – Livorno è occupato dalle chiacchiere tra me e l’autista, vertenti soprattutto su the Big Boss. Mi chiede se viene mai a Livorno, se è giovane, vecchio, se lo conosco. The Big Boss a Livorno ci vive, a quanto ho capito, e comunque l’ho visto non poche volte in banchina. Mi chiede che tipo è. Mah, l’unica volta che c’ho parlato è stato perché mi mancava il cartellino e lui mi ha detto “Uè Agnè, vie’ qua che te lo faccio io”. E non sapevo nemmeno che fosse proprio LUI, the Big Boss. Poi l’ho incontrato un’altra volta, in realtà, ad un aperitivo. Una di quelle scene che ghiacciano il sangue.
Era il tempo in cui uscivo con professorino, e mi ero fermata a Livorno per qualche giorno dato il susseguirsi continuo di navi. Dopo l’onorato servizio per la crociera, io e il suddetto decidiamo di andare a fare un giro per la città. Il professorino voleva farmi vedere della parti di Livorno che non conoscevo. E’ adorabile questa cosa, io adoro quando un uomo mi porta in giro e mi mostra cosa che non conosco, mi illustra, mi spiega. Quanto sono didattica, mioddio. Ma è che adoro essere guidata, sarà che io guido gli altri per lavoro. Abbiamo l’impudenza di passare in zona ufficio, ma tanto sono le 8 di sera, chi ci sarà mai in zona ufficio. E invece, spunta una delle cape alle spalle, che con gli occhietti scintillanti ed uno strano sorriso sul volto ci fa “O voi? Che ci fate qui? Noi siamo dentro a prendere un aperitivo, venite!”. Ricordo lo sguardo che ci lanciammo io ed il professorino: terrore. Ma in perfetta comunione di intenti, in due secondi capiamo che è meglio entrare, andare via con improbabili scuse avrebbe dato molto più nell’occhio. Entriamo ed eccoti la parata dell’aperitivo: the Big Boss ed un suo scagnozzo, due cape, il capo guida e alcuni colleghi la cui presenza non ci ha tristemente stupito. I colleghi presenti, detti per la maggior parte “le vipere” (a parte qualcuno) iniziano a cinguettare allusioni. Io vorrei sotterrarmi. Il professorino pure. The Big Boss guarda compiacente e sorride in modo sornione. Meno male il capo guida stempera la raffica di domande tutte vertenti la nuova accoppiata (che ci fai con lui? Non mi dirai che è per caso, vero? Te di Prato qui a Livorno? Da quanto è che va avanti?) offrendoci del vino. Riusciamo a sopravvivere senza troppi danni apparenti per circa un quarto d’ora, poi con una scusa abbastanza demente ce la facciamo a dileguarci. Tanto ormai gli squali avevano mangiato. Però da quel momento e per la fine della stagione pare che the Big Boss abbia calorosamente salutato il professorino battendogli amichevoli pacche sulle spalle, condite sempre con un certo sguardo di intesa del tipo “e bravo!”, come a condividere questa soddisfazione tutta maschile.
Ieri a Livrono tirava libeccio, e molto forte. Raggiungo i colleghi e per qualche interminabile attimo cullo l’ipotesi che la nave non entri in porto. Dalle 6:45 aspettiamo fino alle 8:45 e poi arriva la notizia che tutti temevamo:
A Spezia viene giù il diluvio proprio nella mezz’ora in cui io e altri 10 fortunati stiamo sotto le palme con la paletta in mano ad aspettare che il gruppo scenda dal tender per cominciare a lavorare, dato che l’altra buona notizia è che i tour non vengono affatto modificati. Mi ritrovo ad andare a pranzo a Firenze alle tre, fargli il giro città, dargli il tempo libero, andare a Pisa e tornare a
Guadagno casa alle 1, con venti ore di disco aperto.
Stamani mi alzo non si sa con quale forza dopo le nove, causa giro città a Firenze. Ancora assonnata, monto sul treno e mi tuffo nella lettura. Una giovincella davanti a me passa tutto il tempo (trenta e dico, sottolineo, rimarco, TRENTA minuti) del tragitto a squittire al telefono col fidanzato. Mi viene il prolasso. Mi disturba, io mi devo concentrare e questa mi ferisce l’udito. Per un attimo ho seriamente desiderato che i cellulari non fossero mai stati inventati, seppure siano lavorativamente parlando un gran toccasana. La giovane ed il fidanza si ripetono sempre le stesse cose. Mi chiedo se quando ci si fidanzi ci si rincoglionisca tutti o se questi siano particolarmente dementi. Nell’arco di trenta minuti il poveraccio dall’altro capo del telefono non è mai stato chiamato col suo nome di battesimo ma ben quindicivoltequindici “amore”. Non so perché, ma a me chi abusa della parola amore, non mi ha mai convinto. Mi da tanto l’idea “amore, amore” e poi… Pam parapum papero bòrda in culo. Sarà che l’unico uomo che mi chiamava amore, e con una certa frequenza, m’ha fatto vivere l’inferno. Vorrei andarle davanti e fare una scena madre molto morettiana, dicendole cosa diavolo dici amore ogni due secondi, così me lo svuoti di significato…Le parole sono importanti! E’ come ti amo, ma ti rendi conto dell’universo che c’è dietro? Poi ci ripenso, e mi dico che pure io ho chiamato amore (non con quell’irritante frequenza) una persona e gli ho pure detto ti amo. Mi sento colpevole di leggerezza sotto gli occhi della mia personale inquisizione. Condannata da me medesima.
Poi però penso che l’ho detto in una lingua che non è la mia, quindi infondo, non vale. E mi sento meglio. Salva in extremis.
MEME(NTO MORI????)
Meme. Io fino a poco tempo fa ne ignoravo l’esistenza ed il significato, di questa parola. Meme? Cos’è? E’ tipo “acqua” detto da un infante? Mah!
Poi alla fine i miei due neuroni hanno connesso: è “me – me”, tipo “io – io”. Un giuocariello dove si dicono alcune cose su se stessi (tanto perché l’egocentrismo e l’autocelebrazione non fanno nemmeno parte di me) e poi si gira la palla ad altri ignari astanti. Che si spera ti considerino, per lo meno.
E allora ecco, io ringrazio il Digito, che mi permette di fare il mio primo meme. E questo meme dice di indicare 6 cose che mi piacciono.
E allora comincio con a me me piace:
1) A me me piace… Lisbona.
Il mio più grande amore. Non amerò mai nessuno come quella città. Mi è entrata nel sangue e mi manca come l’aria. Distante e lontana, è più di un anno che non la vedo. Un tempo incredibile, incommensurabile per me che ogni due mesi ero là. E’che lei torna prepotente. E mentre guardavo delle cose mandate via mail da alcuni amici che abitano li, mi si è stretto il cuore. Pensando a lei. Alle strade, ai rumori, alle voci, agli odori, a Praça do Carmo. Ai caffé o le birre nel tardo pomeriggio. Alla musica del suo scorrere con me. E ditemi che questo non è amore!
2) A me me piace…Il mare.
E’ un po’ un corollario di Lisbona. Si, lo so…Lisbona è sul fiume. Ma è talmente grande che sembra mare.
Il mare mi rilassa, mi ritempra, mi riempie. Mi libera da tutti i pensieri, mi lascia in sospensione. Più del volare, il rimanere nell’acqua, sospesi, sospinti, liberi da tutto.
E poi il mare è l’infinito. E’ poter vedere finalmente l’orizzonte. La linea dell’orizzonte senza niente altro davanti. Il mare è la vita. Prima o poi mi trasferirò sul mare. A Livorno, voglio andare.
3) A me me piace…Viaggiare.
Bella forza, eh? A chi è che non piace?
E’ per il viaggio che ho scelto il mio lavoro. Per lo meno, la parte che riguarda l’accompagnamento. Io mi sono sempre definita una nomade stanziale: non mi piace il viaggio dove in 10 giorni si vedono mille cose. Io ho bisogno di tempo. Mi devo fermare. Vedere. Assaporare. Capire il ritmo del posto. Mischiarmi con la gente. Scambiare uno sguardo, un sorriso, un’intesa con loro. Arricchirmi con la loro cultura.
Come diceva de Andrè, per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.
4) A me me piace…Il fuoco.
Non in quanto elemento, anche se mi piace pure quello. Il fuoco come passione. Anche se non sembra, sono sanguigna e passionale. In tutto quello che faccio devo sentire la fiamma, l’ardore, devo sentire bruciare. Mi sono scottata, mi sono bruciata, perché ancora non so prendere le misure. Ma che ,misure puoi prendere con il fuoco? Se lo misuri lo imbrigli, lo limiti, lo controlli e muore. Mi brucerò ancora, spero. Il fuoco di un cuore che incendia la mente può fondere il ghiaccio del marmo bollente. Lo diceva Giovanni Lindo quando era ancora in se.
5) A me me piace…La musicalità dissonante.
Nella teoria della comunicazione le persone si dividono in tre tipologie: visivo, auditivo, cinestesico. Al corso per diventare guide turistiche ci fecero fare un test, per capire a quale di queste tipologie appartenevamo. Un mio collega arrivò diritto e senza ombra di dubbio a dire che io ero auditiva, per come usavo la voce, per un modo musicale che ho di parlare, per il fascino che ho per i suoni. Li per li non mi pareva. Ora dico che aveva visto più lontano di me.
Si, l’aspetto auditivo per me è tanto. Mi affascinano i suoni, le voci, i timbri. Mi piace ciò in cui riconosco una certa musicalità, spesso fatta di dissonanze. Anche nella musica vera e propria sono le dissonanze che mi prendono. Quel qualcosa che rompe la perfezione fine a se stessa. Un violino stridende. Un Hammond troppo forte. I bassi in controtempo.
E’ il particolare inaspettato che mi fa rimanere a bocca aperta, incollata a quel qualcosa. Me ne sono resa conto qualche sera fa, mentre parlavo con un ragazzo, completamente rapita dalla sua voce e dal suo leggerissimo ma per me chiaro accento laziale. “Non se ne accorge mai nessuno. Hai orecchio per queste cose”. E’che sono le sfumature che fanno il quadro, non i colori netti.
Gli studi che ho fatto, scopro ora di averli fatti soprattutto per i suoni. I suoni forti e taglienti, e così profondamente eleganti dell’inglese britannico. La musicalità profonda e affascinate del portoghese continentale. E’ tutta musica, questa. Con le sue meravigliose, irripetibili dissonanze.
6) A me me piace…Potermi fidare di qualcuno.
E’ per quello che adoro i miei amici. Perché mi posso fidare. E non capita spesso di potersi fidare. Mi capita sempre più raramente. E forse per quello, quando vedo una luce, che poi magari è solo un abbaglio, spicco il volo, apro le braccia e mi apro io. Sbagliando. Perché do tutte le armi per ferirmi a morte. Convinta che dai miei amici non verranno usate. A volte succede. Ma non erano amici, allora.
Ecco, sei cose che mi piacciono. Poi vabbè, ce ne sono anche altre. Ma sei ne dovevo dire, sei ne ho detto.
E ora devo girare la palla. Io la giro alla Sama, al buon Paolazzzi, allo Zanna, al ritrovato Scacchino (che mi odierà per i meme, ma tanto sta lontano…ahahah!!!!)…E basta. Non sono sei, ma abbiate pazienza, io mi devo far riconoscere.